La macchina blu scuro si fermò davanti alla villetta in tempo per vedere un agente che srotolava, sul cancello d’ingresso, il nastro giallo della polizia.
Dalla berlina scese un uomo alto quasi due metri, che chiuse con decisione la portiera e cominciò a guardarsi intorno. Ohio Street era piena di curiosi che guardavano in direzione della villetta, nonostante fossero le due e mezza del mattino. L’uomo si incamminò al cancello, fece capire all’agente la sua identità, e fu fatto passare. Mentre percorreva il vialetto d’ingresso, alla luce dei faretti che lo delimitavano, il giardino sembrava in perfette condizioni, a parte un piccolo angolo vicino alla staccionata dove le rose avevano l’aspetto di essere tutte morte. Sembrava fossero state avvelenate.
«Oh, eccola Tenente, la stavamo aspettando».
Il Detective Ross era sulla soglia di casa. Sembrava sudato.
«E’ così brutto come sembra?», chiese il Tenente con la sua solita voce roca.
«Entri, lo veda da sé».
Il Tenente entrò nella villetta, e la prima cosa che sentì fu l’odore della cordite. Qualcuno aveva sparato meno di un’ora prima. Si guardò per qualche secondo intorno, fino a quando notò il corpo di un uomo sulla quarantina riverso al suolo. Era perfettamente normale nel suo pigiama, tranne che per un piccolo particolare: la parte sinistra della faccia non c’era più. O meglio, c’era sì, ma quel che ne rimaneva era spiaccicato in maniera difforme sulla parete dietro il cadavere. Qualcosa di grigiastro era rimasto attaccato in mezzo alla macchia di sangue: probabilmente un pezzo di cervello.
«Cristo Santo, Ross, sembra di stare in uno di quei film di Tarantino. Abbiamo già il colpevole, vero?»
«Sì, Tenente», rispose con voce ferma il Detective Ross. «E’ di sopra».
Il Tenente seguì con lo sguardo Ross che si voltava e si incamminava verso le scale. Scartò sulla sinistra il cadavere che c’era in mezzo al soggiorno, in tempo per vedere con la coda dell’occhio un vaso di fiori rovesciato sul tavolino. Una delle ultime gocce d’acqua rimasta all’interno del recipiente si staccò lentamente dal bordo e precipitò per terra, in mezzo alla pozza di sangue.
Plink.
***
La prima cosa a morire in Ohio Street furono le rose.
Jim Redfoot se ne accorse quella fatidica mattina quando stava uscendo per andare a prendere l’autobus. Stava percorrendo sereno il suo vialetto d’ingresso, quando l’occhio gli cadde sul quel piccolo angolo di giardino, che aveva coltivato con tanta passione. Le rose, che fino alla sera prima crescevano in ottima salute, erano tutte accasciate su se stesse, dando proprio l’idea di non stare troppo bene. Jim si avvicinò alla staccionata che lo divideva dal giardino del vicino e, nei pressi del terreno coi fiori ormai morti, avvertì forte l’odore di qualcosa. Se fosse stato nel bel mezzo di una partita di poker, sarebbe andato in all-in sul pesticida.
Si coprì il naso e la bocca con un fazzoletto e guardò in direzione della villa di O’Brian. Quel fottuto bastardo gliene aveva fatte passare di tutti i colori nei mesi prima, per via di quello che aveva combinato Billy, il suo cane. Che cazzo, non lo aveva certo sguinzagliato lui contro l’edera di O’Brian, non era certo colpa sua se il cane era ingegnoso e aveva scavato una buca per passare sotto la staccionata e andare a fare Attila nel giardino del vicino. Si era scusato, si era prodigato per pagare le spese, ma niente da fare, quello stronzo gliel’aveva giurata, ed ecco i risultati.
Ma Jim Redfoot non era un tipo che ci metteva una pietra sopra. Prese un bel respiro e si incamminò deciso verso l’abitazione lì accanto.
Le scarpe eleganti che metteva per andare in ufficio risuonavano sinistre sul vialetto di O’Brian. Mentre percorreva deciso la distanza che lo separava dalla porta di ingresso, notò che anche lo stronzo aveva un angolo di giardino in cui coltivava le rose. Arrivò con passo spedito sotto il portico e cominciò a suonare nervosamente il campanello di quel merdoso del suo vicino.
«Arrivo, un momento!», si sentì da dentro. Qualche secondo dopo la porta si aprì, e dietro di essa comparve il volto paciocosso di Leonard “Lenny” O’Brian.
«Che cazzo hai fatto alle mie rose?».
«Buongiorno anche te, caro vicino. Cosa dovrei aver fatto alle tue rose?».
«Sono tutte morte, qualcuno ci ha spruzzato sopra una quintalata di pesticida!».
O’Brian sgranò leggermente gli occhi.
«E naturalmente il primo a cui avresti pensato sarei io!», sbottò Lenny.
«Guai a te se ti avvicini ancora al mio giardino, irlandese del cazzo… ne pagheresti le conseguenze!».
«Ma come cazzo…», stava per urlare Lenny, quando una mano gli si posò sulla spalla. L’omaccione si voltò di scatto, e dietro di lui comparve una donna poco più giovane, ancora in vestaglia.
«Si può sapere cosa diavolo sta succedendo qui?!».
Per un attimo nel portico ci fu silenzio. Un grillo si fece sentire dal giardino.
«Scusa, Anna, se sono stato un po’ scortese, ma tuo marito fa di tutto per farmi inca… arrabbiare».
Anna O’Brian guardò quindi il marito.
«Che cosa è successo, Lenny?»
«Il signor Reedfoot sta insinuando che gli abbia avvelenato le rose! Dopo quello che ha fatto il suo cane, viene qui alle sette e mezza del mattino a sbraitarmi contro!». Il viso dell’irlandese era paonazzo.
«Adesso devo scappare al lavoro, O’Brian. Ma sappi che mi farò sentire… stavolta hai oltrepassato il limite», minacciò Jim. Poi si voltò verso la bionda e la salutò con riverenza. Tornò sui suoi passi, si sistemò meglio la valigia a tracolla e si incamminò stizzito verso la fermata del pullman.
O’Brian e la moglie erano ancora sulla soglia. Rientrando, l’uomo prese la porta e, mentre la chiudeva, pensò: se torna, lo ammazzo.
Lenny O’Brian era un uomo abbastanza tranquillo, se lo si lasciava nel suo brodo. Ma se avvertiva che qualcuno gli voleva fare un’ingiustizia, non si sarebbe limitato a un’alzata di spalle. Da ragazzo lo prendevano in giro per via del suo peso. Era sempre stato un po’ troppo grasso, e naturalmente i bulli della scuola non perdevano occasione per ricordarglielo. Un pomeriggio, mentre parlava con una sua amica (anche lei un po’ in carne, diciamo) su una panchina, uno stronzetto passò in bici e urlò la parola “balene”. O’Brian diventò paonazzo, ma non si arrabbiò per se stesso: si arrabbiò per la ragazza con cui stava parlando. Si alzò di scatto, prese un sasso e lo tirò verso lo stronzetto, che non si era allontanato di molto. Quello sulla bici non sapeva che O’Brian faceva da tre anni lancio del peso, e così si prese la pietra in testa. Oltre al taglio sulla nuca, si sbucciò entrambe le braccia e gli venne un ginocchio grosso come un cocomero per una settimana.
Probabilmente nemmeno quel coglione di Redfoot lo sapeva, se no non si sarebbe permesso di venire ad insultarlo a casa sua, davanti a sua moglie. Amava quella donna così tanto sia perché le voleva un bene dell’anima, sia perché era orgoglioso di aver conquistato una donna così bella, nonostante non fosse Brad Pitt. I soliti insinuavano che lo aveva sposato per via dei soldi in banca, ma O’Brian conosceva Anna, e sapeva che anche lei lo amava sinceramente.
Stava pensando alla faccia da cazzo di Redfoot, mentre percorreva il vialetto di casa sua a fine giornata, quando lo sguardo gli cadde sul piccolo recinto delle rose. Erano tutte appassite: sembrava che qualcuno le avesse spruzzate con del diserbante. O’Brian si fermò in mezzo al suo giardino, appoggiò la ventiquattrore a terra, chiuse gli occhi e prese un bel respiro. Quando li riaprì, guardava in direzione di villa Redfoot, e gli occhi erano iniettati di sangue. Riprese la valigetta e si incamminò con passo tranquillo verso casa, inspirando ed espirando velocemente.
E guerra sia, pensò.
L’uomo sbuffò sorridendo e si lasciò cadere sul letto, esausto. Era tutto sudato, nudo come mamma lo aveva fatto, ancora stordito da quello che era appena successo.
Lei invece aveva gli occhi chiusi, e ansimava ancora. Anche lei era nuda e sudata; sembrava soddisfatta.
«Sei unica, sai?».
Lei aprì le palpebre e lo guardò coi suoi occhi penetranti. «Scemo». Gli diede quindi una pacca sul petto.
«No, dico davvero… Non solo per il sesso, sia chiaro. Sei una donna speciale».
Lei si tirò su appoggiandosi al gomito, si portò una ciocca di capelli dietro la nuca e lo guardò seriosa. «Che cosa ti ho detto la prima volta?».
«Oh, lo so cosa mi hai detto, ma cosa posso fare se mi piaci?»
«Non fare il cretino. Sai che non puoi permetterti una cosa del genere. E nemmeno io».
La donna si alzò stizzita, si mise le mutandine e si recò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
«Non puoi uccidere i miei sentimenti», le disse lui dal letto.
Quel sabato mattina Jim venne svegliato dal trambusto che sentiva provenire dal soggiorno. Con la mente ancora annebbiata si alzò dal letto, si stirò per bene e si vestì come meglio poté. Quel mattino era quasi di buon umore: non doveva lavorare, lo aspettava un bel week-end di ozio e appena aprì la porta notò con piacere che Frannie, la ragazza che veniva a pulirgli casa, era chinata sull’aspirapolvere. Come tutte le volte si godette lo spettacolo per qualche istante e poi la salutò. Lei fece un gridolino e si girò sobbalzando.
«Oh, scusa, ti ho spaventato?».
«Certo che mi hai spaventato, non ho sentito alzarti. Ti ho svegliato?».
Lui alzò le spalle e le sorrise. Quando lei si girò e si diresse verso la portafinestra che dava sul retro, lui le diede ancora un’occhiata compiaciuta e andò in cucina a prepararsi qualcosa da mangiare. Mentre addentava il suo panino ripieno di marmellata, sentì Frannie urlare dal giardino. Sarà ancora uno di quegli insetti, pensò Redfoot, mentre si alzava con tutta la calma del mondo dal tavolo della cucina per recarsi all’esterno. Stava addentando l’ultimo pezzo di pane quando vide quello che aveva visto Frannie. Su metà parete bianca c’era una scritta in rosso vivo, fatta con dello spray, di quelli che usavano i ragazzi per i murales. Aveva già cominciato leggermente a colare, e più che vernice spray sembrava sangue. La scritta diceva: FIGLIO DI PUTTANA.
«Devo… devo chiamare la polizia, Jim?».
Lui rimase ancora per qualche istante a fissare il muro, inghiottì il boccone amaro condito con la marmellata ai lamponi, e scosse la testa.
«No, Frannie», disse girandosi verso la villa di O’Brian. «Ci penso io».
Lenny O’Brien era seduto sulla sedia della sua cucina. Era intento a bersi un succo di frutta e a godersi lo spettacolo che stava avvenendo nel giardino del vicino. Sua moglie era via con delle amiche per il week-end, così ne aveva approfittato per divertirsi un po’ con il suo amichetto della porta accanto. Lo vedeva, quello stronzo di Redfoot, che guardava nella direzione di casa sua: non poteva guardarlo direttamente negli occhi, ma in cuor suo sapeva che in quel preciso istante erano spalancati per la rabbia.
Finì di bere il succo e lavò il bicchiere, lo asciugò e lo mise nella credenza. Andò in cantina e rovistò per qualche minuto tra gli utensili del perfetto giardiniere, finché non trovò quello che cercava. Risalì in casa e mise le cesoie sopra il tavolino d’ingresso, a pochi passi dalla porta di casa.
Quando tornò in cucina si mise a guardare ancora verso casa Redfoot: il coglione non c’era più. C’era quella puttanella della sua domestica che cercava di pulire la scritta che gli aveva lasciato in dono qualche ora prima.
Sì girò di nuovo verso l’ingresso, guardando le cesoie che scintillavano per un riflesso del sole. Ti aspetto, Redfoot, pensò.
Avevano appena finito di fare l’amore. Lui si girò sul fianco e la guardò dritta nelle pupille.
«Allora, ci hai pensato?».
Lei sembrò titubante. Poi annuì.
«E quindi?».
La donna si tirò su a sedere e poggiò la schiena alla spalliera del letto.
«Fra tre settimane. Sono libera per cinque giorni, possiamo fare i bagagli e andarcene dove ti pare».
Lui sorrise a trentadue denti e la baciò, prima normalmente, poi con sempre più passione. Lei lo staccò delicatamente dalla sua bocca.
«No, no, fermo… devo andare».
«Aspetta».
L’uomo si alzò dal letto e si diresse nella stanza accanto. Tornò che nascondeva qualcosa dietro la schiena.
«Questa è per te».
Le diede una rosa rossa. Lei la prese delicatamente e ne annusò l’odore penetrante. Poi sorrise.
O’Brian era stato fuori città per tutta la giornata di domenica. Gli piaceva, nel fine settimana, andare in giro con i suoi amici d’infanzia: andavano a pesca o si inventavano qualche cosa d’altro per parlare dei vecchi tempi. Oggi toccava a Steve prendere la macchina, per cui aveva lasciato la sua berlina in garage. Se ne rallegrò verso sera, quando Steve lo stava riportando a casa, perché era venuto a piovere per circa un’ora, e se fosse uscito con la sua BMW di sicuro se la sarebbe trovata tutta sporca il giorno dopo. Visto che l’aveva lavata non più tardi di tre giorni prima, trovò che fosse stato davvero un bel colpo di fortuna.
«Ciao Lenny, ci sentiamo per settimana prossima. Salutami Anna allora, se torna questa sera».
«Sarà fatto, Steve, non mancherò. Magari propongo una cenetta a metà settimana tra noi quattro, che ne dici?».
«Va bene, lo dirò a Marie. Ciao grassone».
«Fanculo!».
Leonard rientrò in casa, e diede ancora un’occhiata alle cesoie che aveva lasciato lì quella mattina. Gli venne un po’ di acidità di stomaco a ripensare a quel fottuto stronzo di Redfoot, così andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Non poté non notare che nella casa del vicino non c’era neanche una luce accesa: probabilmente era uscito con quella troietta della ragazza delle pulizie. Era quasi certo che se la scopava tra una ramazzata e l’altra.
Mise via il bicchiere e notò che mancavano una decina di minuti alle otto. Non aveva mai visto una partita dei Bulls senza la sua storica sciarpa portafortuna. Si ricordò di averla lasciata in macchina l’ultima volta che era andato a vedere una partita da Steve, quindi prese le chiavi della BMW e si diresse in garage.
Accese la luce e guardò la macchina. Si fermò di colpo. Sulle portiere dal lato sinistro e sul cofano c’erano incisi disegni di peni giganti. L’incisione era andata talmente in profondità che, di fianco ai disegni, c’erano trucioli della verniciatura grigio metallizzata. O’Brian era ridiventato paonazzo: se fosse stato in un fumetto, di sicuro gli avrebbero disegnato il fumo che gli usciva dal naso e dalle orecchie. Quando si girò verso il retro del garage, si accorse che qualcuno aveva scassinato la porta di servizio che dava sul giardino.
Urlò con quanto fiato aveva in gola, anche se era sicuro che gli altri vicini potessero sentirlo. Risalì furiosamente in casa e andò avanti e indietro per una ventina di volte, quando sentì abbaiare. Si fermò di scatto, ricordandosi una cosa.
Lenny O’Brian si calmò. Guardò le cesoie e riascoltò con piacere l’ululato del cane.
Jim Reedfoot tornò a casa che era quasi l’una e mezza. Aveva passato una divertentissima serata in compagnia di vecchi amici, che lo distraevano sempre dalle amarezze della vita quotidiana. Parcheggiò la macchina nel vialetto, e mentre attraversava il giardino sbirciò in direzione di casa O’Brian. C’era la luce accesa al piano di sopra, mentre il piano terra era immerso nell’oscurità. Si chiese se quell’obeso del cazzo avesse dato un’occhiata alla sua macchina, di recente. Non sapeva da dove gli era venuta quell’ispirazione artistica, ma si era complimentato con se stesso per l’inventiva del gesto.
Cercò di entrare in casa facendo meno rumore possibile, anche perché il silenzio era così profondo che non sembrava esserci anima viva nel giro di chilometri. Adesso che ci pensava meglio, c’era troppo silenzio. Di solito Billy avrebbe quasi strappato la catena che lo legava alla cuccia, quando lui tornava a casa.
«Billy!», sussurrò Redfoot in direzione del giardino sul retro. Si incamminò furtivo, per evitare di essere sentito dalla casa di fianco.
«Billy!». Nessuna risposta. Quando era ormai in prossimità della cuccia nascosta nell’ombra della sera, scivolò su qualcosa di vischioso che c’era sull’erba. Cadde col sedere per terra e si inzuppò i pantaloni di quella roba che sembrava ricoprirgli tutto il giardino. Cominciò a emettere versi di disgusto e di angoscia, e non poté fare altro che accendere la luce sopra la porta di servizio. Quello che vide gli mandò per un attimo in tilt in cervello, come se si trovasse dentro un film consapevole di non farne parte. C’era una pozza gigantesca di sangue, e lui c’era finito in mezzo. Billy era ancora legato alla catena, ma non sarebbe comunque andato da nessuna parte. Nel fianco sinistro aveva uno squarcio di quasi dieci centimetri. Qualcuno gli aveva aperto la pancia quasi da parte a parte, con qualcosa di molto appuntito. Le interiora del cane erano disposte sotto di lui, flaccide e abominevoli.
Redfoot si girò dall’altra parte e vomitò tutta l’abbondante cena che aveva appena consumato. Poi si voltò verso il cane e cominciò a piangere, prima per il dispiacere, poi per la rabbia. Con la faccia rigata di lacrime e la bocca ancora sporca del rigurgito di poco prima, guardò in direzione della villa del vicino. Lui sapeva che O’Brian era là seduto nel buio, in panciolle, a godersi lo spettacolo. Quel figlio di puttana gli aveva ammazzato il compagno di una vita a sangue freddo e adesso era probabilmente là, sulla sua poltrona, a ridersela di gusto.
Jim si alzò a fatica e, evitando il sangue, entrò in cucina. Prese una tovaglia bella grossa e la pose su quello che era stato il suo cane fino a qualche ora prima. A lui avrebbe dato degna sepoltura più tardi, quando anche qualcun altro avrebbe raggiunto Billy all’altro mondo. Rientrò nella villa e salì in camera sua. In fondo all’armadio, in una scatola di vecchie scarpe da ginnastica, teneva la pistola che aveva regolarmente denunciato alla Polizia qualche mese prima, dopo che aveva ricevuto minacce da un ex-collega che lo accusava di averlo fatto licenziare.
Prese i proiettili e la caricò. Trasse un respiro profondo e scese al piano terra, poi uscì di casa.
«Che cosa, scusa?».
L’uomo era allibito. Non riusciva a credere alle parole che aveva appena sentito.
«Hai capito bene quello che ti ho detto. Sono stata abbastanza chiara».
«Non… non puoi lasciarmi così. Io… io ti amo!».
Lei lo guardò con compassione.
«No, tu ami quello che ho fra le gambe. E poi comunque penso di essere stata chiara fin dall’inizio: non potrà mai nascere una storia seria, e lo sai».
«Ma… ma tutti i soldi che ha… potremmo scappare dall’altra parte del mondo e sparire per sempre».
«Tu non lo conosci. Mi cercherà per tutta la vita, e la cosa più grottesca è che ammazzerà te e non me, perché sono l’unica cosa che ha».
«Allora lo ammazzo prima io».
Ci fu un attimo di silenzio raggelante. La donna lo guardò fisso negli occhi.
«Lo faresti davvero?».
Jim Redfoot camminava veloce verso l’abitazione di O’Brian. Aveva tutti i nervi tesi, gli occhi quasi fuori dalle orbite. Non era mai stato così tanto arrabbiato e scosso in vita sua. Entrò nel portico e cominciò a sbattere i pugni con impeto e violenza contro la porta del vicino.
«Figlio di puttana, apri! Grassone di merda, hai ucciso il mio cane! Il mio cane! TI HO DETTO DI APRIRE QUESTA CAZZO DI PORTA!».
Da dentro si sentì trambusto. Pochi secondi dopo, la porta si aprì. O’Brian era in pigiama, ma sicuramente non aveva la faccia addormentata. Era rosso come al solito, ma stavolta sul viso aveva un’espressione di rabbia pura, come quella volta che tirò la pietra in testa al bulletto in bicicletta.
Redfoot non ci pensò due volte e puntò la pistola dritto in faccia a O’Brian. Lenny sembrò sorpreso: questa non l’aveva proprio calcolata. I due indietreggiarono dentro la villetta, verso il comodino dell’ingresso.
«Sei un fottuto bastardo O’Brian! Uccidermi il cane a sangue freddo!».
«Sei tu che hai cominciato, stronzo!».
«Io?! Sei tu che mi hai avvelenato le rose!».
«Ma che cazzo dici Redfoot?! CHE CAZZO DICI?!».
«Sei un gras…».
Nel mezzo della discussione, O’Brian tirò fuori qualcosa da dietro la schiena. Puntò le cesoie contro la pancia di Redfoot.
«Toglimi quella pistola dalla faccia!».
«Col cazzo! Ti sparo O’Brian! TI SPARO!».
Lenny era grosso quasi il doppio di Redfoot, ma era anche alquanto maldestro. Provò a strattonare il braccio di Jim, ma lo fece male. Caddero uno sopra l’altro. Redfoot non aveva mai sparato, e, per puro caso, premette il grilletto. Il rimbombo si sentì per tutta Ohio Street. Quando Redfoot riaprì gli occhi, c’era sangue ovunque. Di fianco a lui, steso per terra nel suo pigiama, giaceva il fu Leonard O’Brian.
Poi Redfoot si guardò la pancia. Aveva le cesoie dell’irlandese infilate vicino all’ombelico. Un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca.
«An…», provò a dire qualcosa, ma non ci riuscì. Si trascinò fino alle scale e poi, con una fatica che non aveva mai provato prima, cominciò a salire.
***
«Stia attendo agli scalini, Tenente», avvertì Ross.
Il Tenente notò che sulle scale c’era altro sangue, stavolta a formare una pista, come se qualcuno ferito le avesse scalate a gattoni. I due poliziotti salirono lentamente, facendo attenzione a non calpestare le prove. Le scale continuavano a salire dopo un piccolo pianerottolo, dove c’era, accanto a un cartellino della scientifica, una pistola.
La scavalcarono, e appena furono in grado di vedere la fine della scalinata, il Tenente vide Jim Redfoot. Era girato su un fianco perché gli era stato impossibile stare sdraiato sulla pancia: un paio di cesoie da giardino gli spuntavano grottesche dalla pancia.
Dal piano di sopra si sentivano dei singhiozzi ovattati.
«E’ la moglie?».
«Sì, Tenente. Le faccio strada».
Sorpassarono il cadavere di Redfoot e si trovarono in un lungo corridoio, su cui si aprivano tre stanze. Da quella centrale uscirono due poliziotti, che fecero segno a Ross che potevano entrare. Sul letto era seduta una donna bionda che si teneva un fazzoletto premuto sullo bocca.
«Signora O’Brian, questo è il Tenente Parker».
La donna alzò lo sguardo e guardò il poliziotto.
«Piacere, Anna O’Brian». Si strinsero la mano.
«Parker. Mi dispiace molto per suo marito, signora. E mi dispiace anche doverla vedere in un momento del genere, ma mi servirebbe farle qualche domanda».
La donna annuì. Fece accomodare il Tenente su una sedia che teneva in camera e rispose a tutte le domande del caso. Dietro di loro, dentro un vaso sul tavolino, li sorvegliava un mazzo di rose rosse.
UNA SETTIMANA DOPO
Anna seppellì il marito ed ereditò tutti i suoi soldi. Nonostante fosse diventata molto ricca, non si trasferì in centro città né comprò la casa al lago. Rimase a vivere lì, dove ormai ci aveva fatto l’abitudine.
Al posto del compianto Jim Redfoot si trasferì una famiglia molto carina, con due bambini a carico, che per fortuna erano abbastanza educati da non far baccano tutto il giorno.
Quel giorno decise di fare un po’ di ordine in casa, partendo dalla cantina. Quello spazio era ancora adibito ad ospitare gli strumenti da giardinaggio di suo marito, così prese tre enormi sacchetti dell’immondizia e cominciò a buttare quanto di superfluo rimaneva ancora lì sotto.
Stava buttando dei barattoli vuoti, quando le capitò in mano il fusto del diserbante. Rimase a fissarlo per qualche secondo, ripensando a quando…
Qualcuno suonò alla porta. Posò il fusto sul ripiano e andò all’ingresso.
«Ciao, John, entra».
L’uomo entrò nel soggiorno. Baciò Anna sulla bocca e si guardò intorno.
«Allora, l’hai trovato?», chiese John.
«Sì, è giù in cantina».
I due scesero di nuovo. L’uomo guardò il fusto e poi Anna.
«Mi hanno detto stamattina che le analisi della scientifica combaciano con tutte le dinamiche. Il caso è praticamente chiuso».
Anna tirò un sospiro di sollievo. «Meno male, cominciavo a temere che fosse andato storto qualcosa».
John l’abbracciò. «L’unica cosa storta di questa storia è stata il fatto che ti sei dovuta scopare Redfoot».
«John, lo sai che era necessario».
«Sì, forse hai ragione. Di sicuro hai visto giusto sulle rose».
Anna gli sorrise. Si girò verso il fusto di diserbante che aveva usato per avvelenare le rose di Redfoot e poi quelle di suo marito Lenny. «Uccidere quelle rose mi è costato molto. Mi sono sempre piaciute».
John annuì. «Quando faremo quel viaggio te ne regalerò quante ne vuoi. Anche se nel posto dove andremo non dovessero crescere rose».
Lei rise e si baciarono con passione. Anna era quasi in punta di piedi per riuscire ad arrivare alla bocca di John.
«Che cosa ne faccio di quel fusto?».
«Fallo sparire. In questa vita non si è mai sicuri di niente».
La donna annuì e si esibì in un comico saluto militare.
«Come vuole, Tenente Parker».
Ciao Ste, bellissimo, sopratutto il finale!
Rende molto come racconto: leggendolo lo immaginavo come un episodio tipo di “Alfred Hitchcock Presenta”, ma sarebbe difficile da realizzare: niente colpi di scena finali!