La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo.
Virginia Woolf
Una volta qualcuno di cui non ricordava il nome gli aveva detto che le vecchie abitudini faticano a morire. Lui aveva sempre pensato che quella fosse la scusa di qualcuno che non riusciva a smettere di fare cose che gli facevano male. Ma quel giorno d’estate, mentre camminava verso la gelateria del lungomare, si rese conto che probabilmente quel tizio aveva maledettamente ragione.
Francesco così entrò nel negozio e prese il solito, immancabile, gelato alla fragola. Dopo aver pagato, uscì sulla via più trafficata del paese, mettendosi a guardare la gente che affollava la spiaggia. Senza che ne avesse il minimo sentore, la sua vita sarebbe cambiata nel giro di venti secondi.
Mancavano venti secondi alle 6 e 26.
Fuori diluviava, come da tre giorni a quella parte. Era sdraiato nel suo letto a due piazze che cercava di riprendere sonno, ma non ce la fece. Guardò la radiosveglia sul comodino e scattò il minuto. Si alzò a sedere e si stropicciò la faccia con le mani. Andò in bagno, svuotò la vescica, si lavò faccia, denti e si guardò allo specchio. Ormai aveva quasi quarant’anni, e le prime rughe glielo ricordavano tutte le volte che si specchiava. Si promise allora di non guardarsi più nello specchio, almeno non alle sei e mezza del mattino. Andò caracollando in cucina, accese la tv e si sintonizzò sul notiziario nazionale. Mentre la giornalista dava il buongiorno a tutti gli americani (si chiedeva sempre a che diavolo di ora si dovesse alzare quella povera ragazza), aprì il frigorifero alla ricerca delle uova. Spostò la confezione di gelato alla fragola e le trovò. Tra una notizia sul terremoto in Islanda e i Chicago Bulls che rivincevano il campionato dopo quasi trent’anni di attesa (con Micheal Jordan Presidente, ironia della sorte), si cucinò le due uova con un po’ di bacon e mangiò di gusto.
Distolse lo sguardo dalla distesa di sabbia davanti a lui e guardò l’ora sul cellulare. Doveva tornare a casa per… qualcuno gli piombò addosso, facendogli cadere il gelato di mano, che si schiantò sul marciapiede.
«Oddio scusa, non ti ho proprio visto, stavo guardando da un’altra parte…»
Francesco alzò lo sguardo e la vide. La vide e non pensò più a quello che doveva fare a casa, non pensò più che si doveva dare una mossa, non pensò più al gelato alla fragola. Due occhi nocciola lo stavano guardando, due occhi che si incastravano in un viso delicato, divisi da un naso perfetto. Il tutto condito da lunghi capelli castani che le ricadevano dolcemente sulle spalle.
«Non… Non c’è problema, davvero, è solo un gelato», le disse un po’ titubante, col cuore in gola. Non seppe dire se quel battito accelerato era dovuto allo spavento dell’urto inaspettato o alla visione di quella creatura.
«Ma io adesso mi sento in colpa», rispose lei. «Te ne offro uno!»
«Ma no dai, non preoccuparti, per uno stupido cono alla fragola…». Però una parte di lui voleva che lei non se ne andasse, che restasse lì ancora un po’ facendogli bene all’anima.
«E invece insisto», continuò la ragazza, sfoderando un sorriso a trentadue denti.
Francesco, a quel punto, disarmato, si arrese. Le sorrise anche lui di rimando ed entrarono nella gelateria.
Dopo che si fu vestito e che ebbe aspettato una ventina di minuti l’orario giusto per partire, scese in garage e prese la BMW per recarsi al lavoro. Cominciava a fare freddo seriamente, soprattutto perché pioveva ormai da venerdì sera e non accennava a smettere. Quando fu in mezzo al traffico newyorkese che procedeva a venti all’ora, notò che molti negozi erano già agghindati per Halloween. Mentre pensava distrattamente alla vecchie abitudini che faticano a morire, il telefono della macchina cominciò a squillare: sul display comparve il nome del suo migliore amico, Michele. Schiacciò il tasto verde.
«Pronto?»
«Compare, Michele sono!»
«Sì Mike, vedo che sei tu dal display, potresti evitare tutte le volte di fare la parodia dell’italo-americano? Ti esce male»
«Minchia Cesco, capisco che è lunedì e sono le 8 del mattino, ma su con la vita!»
Michele era sempre stato quello estroverso della coppia. Francesco l’aveva conosciuto quando erano poco più che bambini, nel loro paese natale in Italia, e da allora erano sempre stati ottimi amici. Quasi fratelli, anzi.
«Che vuoi, Mike?»
«Visto che oggi è un giorno speciale, che ne dici se stasera organizziamo una bella rimpatriata con gli altri?»
«E questa rimpatriata, di preciso, dove dovrebbe svolgersi?» chiese ironico Francesco, visto che sapeva a memoria la risposta.
«Bhe, se ti fa piacere ospitarci…»
Francesco sorrise. Michele era un bravo ragazzo, e anche se qualche volta rompeva un po’ le palle, lo faceva sempre a fin di bene.
«E va bene, succhia cazzi, facciamo alle 9?»
«Grande Cesco! Ok, avverto gli altri! Buon lavoro!»
Così cominciò la giornata di Francesco. Fermo ad un semaforo, diede una letta veloce al titolo della pagina locale del New York Post: “Proseguono le manifestazioni in occasione del 25esimo anniversario dell’11 settembre”. In alto a destra c’era la data: 26 ottobre 2026.
«E’ proprio buono il pistacchio»
Erano seduti su una panchina del parco al di là della strada. Lei si era presa un gelato al pistacchio e lui si era fatto offrire il solito cono alla fragola. Ma in quel momento Francesco mangiava il gelato senza sentire il sapore della crema: era tutto concentrato sul viso di quella ragazza che gli faceva venire la sudarella. Serena, si chiamava.
«Quindi hai detto che abiti qui?» gli chiese lei, tra un boccone e l’altro.
«Sì, sono nato qui e non me ne sono mai andato. Cioè, tecnicamente sono i miei a non essersene mai andati…»
Lei lo guardò da dietro il cono con un sorriso lieve che le creava una conchetta nel mezzo della guancia.
«Sei buffo, sai?»
Francesco rise e distolse per un attimo lo sguardo. Non era uno di quelli che si facevano beccare subito diventando tutti rossi, però bastava guardarlo negli occhi.
«Tu invece quando hai detto che torni a Milano?»
«Non l’ho detto», rispose Serena inghiottendo un altro pezzo di gelato verdastro. «Comunque fra dieci giorni, sono arrivata l’altro ieri»
«Bhe, allora magari domani potresti venire in spiaggia qui davanti, ci sono un sacco di ragazzi della nostra età, potresti divertirti, invece che stare tutto il giorno con i tuoi», le disse lui, guardandola dritta nelle pupille e sentendosi immensamente stupido. Serena lo guardò un attimo e poi rise.
«Che c’è? Ho detto qualcosa che non andava?»
«No, no. E’ che hai una punta di gelato sul naso»
Lui si pulì e disse mentalmente tutte le parolacce che conosceva.
«Comunque l’idea mi piace», concluse la ragazza.
Il giorno dopo, in spiaggia, Francesco la vide arrivare e sapeva già in anticipo che vederla in costume da bagno l’avrebbe fatto sentire meglio. Il corpo di Serena era fasciato in un elegante doppio pezzi nero, che risaltava appieno tutte le dolci curve del suo corpo.
«Ciao!»
«Ehi ciao! Vieni, ti presento ai miei amici»
Naturalmente, al momento, tutti si presentarono ordinatamente e senza dare segno di essersi accorti di quanto fosse attraente la turista milanese. Anche le amiche di Francesco la guardarono con professionale distacco, ma poi sicuramente si sarebbero scambiate commenti su quanto le stesse bene quel costume alla moda.
Fu così che Francesco e Serena entrarono uno in collisione con l’altra. Passarono quel giorno a giocare sulla spiaggia, mangiarono assieme, fecero il bagno con tutti gli altri ragazzi, e Serena dava l’idea di trovarsi a proprio agio, come se conoscesse tutte quelle persone da una vita.
Passò quindi una settimana, dove Francesco capì, giorno dopo giorno, che forse aveva trovato la ragazza giusta. Non era solo bella, quello potevano vederlo tutti: era qualcosa che sentiva dentro di sé quando erano assieme. Era come se la sua anima vibrasse all’unisono con quella di Serena.
Il giorno prima che lei tornasse a casa, i ragazzi del posto organizzarono un falò sulla spiaggia. Fu così che, quella sera, le raccontò del sogno.
Durante la pausa pranzo, Francesco era appoggiato alla macchinetta del caffè, intento a rigirare l’asticella di plastica dentro quel liquido nero scuro che gli faceva anche un po’ schifo. Ma ormai era dipendente dalla caffeina, probabilmente, e quindi non ne poteva più fare a meno. Si trovava al ventitreesimo piano di un grattacielo di Manhattan, e lavorava ormai da quasi quindici anni per un’agenzia di pubblicità. Gli piaceva quel lavoro, gli aveva dato la possibilità di trasferirsi in una delle città più belle del mondo, addirittura qualche anno dopo l’aveva pure raggiunto Michele, che aveva aperto una pizzeria a Little Italy. Era assorto nei suoi pensieri, quando qualcuno gli mise una mano sulla spalla.
«Hey, Francesco, come andiamo?»
Era Bruce, un suo collega con cui aveva stretto amicizia nel corso degli anni.
«Tutto a posto, solo un po’ stanco, mi sono svegliato nel cuore della notte e non sono più riuscito a riprendere sonno. Alle 6 e mezza ero già in piedi»
«Oh, capisco. Non sarà mica tutto quel caffè?»
Francesco sorrise.
«Sì, hai ragione anche tu. Ma oggi penso sia dovuto a qualcos’altro»
Bruce lo guardò più intensamente e poi sembrò ricordarsi di qualcosa.
«Ah… è quel giorno lì?»
«Sì, Bruce. E’ quel giorno lì», rispose Francesco.
Bruce prese la merendina dal distributore, e prima di tornare al lavoro gli strinse dolcemente il braccio.
«Mandale un bacio anche da parte mia»
Si scambiarono un’occhiata piena di significato.
«Sarà fatto, Bruce, come sempre»
Il collega annuì e scomparve oltre la porta della stanza. Francesco bevve tutto d’un fiato il caffè ormai tiepido e guardò pensieroso verso la finestra. Fuori pioveva ancora.
Il falò, o quanto ne restava, crepitava a qualche metro da loro, spandendo un godibile tepore. Francesco e Serena erano sdraiati a qualche metro da esso, con le braccia dietro la testa, intenti a guardare le stelle. Francesco pensò che doveva assolutamente provare quantomeno a baciarla quella sera stessa, perché era consapevole che un momento più opportuno di quello non sarebbe mai più capitato. Stavano parlando della serata, di quanto fosse stata simpatica e di come il tempo fosse passato via come un refolo di vento. Serena distolse lo sguardo dalla volta celeste e lo girò verso Francesco.
«Cavolo, mi è appena capitata quella cosa stranissima! Quella cosa che vivi un momento che ti sembra di avere già vissuto!»
Francesco la guardò divertito.
«Hai bevuto un po’ troppo, mi sa»
«Ma no dai, non mi viene il nome… quella cosa che puoi dire soltanto in francese!»
«Un deja-vu?»
«Bravo! Proprio quello! Per alcuni secondi mi è sembrato di sapere cosa sarebbe accaduto dopo, ma poi è passata. E’ una cosa un po’ inquietante, non trovi?»
«Bhe, penso ci siano molte cose più inquietanti…», la schernì lui.
«Ah sì? E sentiamo, cosa sarebbe più inquietante di un deja-vu?»
«Non saprei… forse il sogno che faccio continuamente»
Lei parve interessata.
«Uh, i sogni! Mi piacciono un sacco, anche se al mattino non me li ricordo mai…»
«Di solito neanche io, ma questo l’ho fatto e rifatto una decina di volte, e ogni volta si aggiunge un pezzo nuovo…»
Serena si girò su un fianco e gli si fece vicino. Nei suoi occhi si rifletteva il bagliore del fuoco.
«Adesso mi hai incuriosito»
«Bhe, tutto inizia con me che sono sdraiato in un letto che fisso il soffitto. Ad un certo punto mi giro e c’è una radiosveglia che segna l’ora: sono le 6 e 26. Mi alzo ed esco dalla stanza. Poi il tutto si fa un po’ frammentato, non è molto fluido»
«Sì sì, ma vai avanti», lo incalzò Serena.
«Entro in un’altra stanza che credo sia la cucina, perché sembra che stia mangiando qualcosa. Poi c’è una specie di cambio di scena e sono in macchina: sul giornale c’è scritto che è il 26 ottobre. Il 26 ottobre del 2026»
«Cavolo, che figata! Mi stai dicendo che vedi il futuro?» chiese lei con l’aria di chi scherzi, ma non troppo.
«Spero proprio di no!»
«Perché?»
Francesco si mise a sedere. Quella parte l’aveva già raccontata più di una volta, ma gli metteva sempre i brividi.
«Perché ad un certo punto suonano alla porta. Io guardo fuori dallo spioncino e vedo che c’è qualcuno, capisco che c’è qualcuno, e allora apro… ed entra un’ ombra. E’ proprio una figura umana, con braccia e gambe, ma è come se mancasse la figura, è tutta nera»
Serena lo guardò attentamente.
«Bhe, sono d’accordo con te che anche questo sia abbastanza inquietante»
«A quel punto c’è di nuovo il salto di scena e ci sono io che guardo la città oltre una grossa finestra. Dal punto in cui sono penso di abitare in un grattacielo, perché sono a grande altezza, e la città sembra New York. Di punto in bianco qualcuno mi spinge con forza sovraumana da dietro, sfondo il vetro e cado»
«Cazzo! Giù dal palazzo?!»
«Esatto. Cado per svariate decine di metri, e quando sono a un palmo di naso dal marciapiede, mi sveglio tutto sudato»
La pioggia ticchettava sul suo ombrello quasi a ritmo musicale, mentre le sue scarpe facevano scricchiolare la ghiaia che stava calpestando. Negli ultimi tre anni c’era andato spesso in quel luogo. Anche nelle giornate di sole più intenso il suo ricordo si focalizzava solo sul grigio delle costruzioni che gli stavano intorno. Come tutte le volte, incrociò la signora Jenkins, che lo salutò col suo solito sorriso cortese, prima di passare oltre e andarsene probabilmente a casa. Francesco si chiese se la prossima volta l’avrebbe rivista ancora.
Si avvicinò al luogo in cui era stato per molte volte, ma specialmente il 26 ottobre, il loro anniversario. Si chinò allora sulle ginocchia, trovandosi così faccia a faccia con la foto della donna che aveva amato e con cui si sarebbe aspettato di passare tutta la sua vita. Posò i fiori che teneva nella mano sinistra sopra la tomba in marmo grigio davanti a lui, ringraziando mentalmente il fiorista per averglieli avvolti in un sacchetto di plastica trasparente.
«Ciao, Serena»
La foto di Serena lo fissò, con quel sorriso troppo giovane che si allargava sul viso. Gli occhi scuri lo fissavano, pieni di un’allegria che se n’era andata per sempre.
«Ti manda un bacio Bruce, sai, ci tiene»
Si alzò anche un vento freddo. Francesco si alzò il bavero del cappotto.
«Sono tre anni, Sere, e sembra ieri… Non voglio dire le solite cose, tanto le sai già. Sono venuto a dirti che stasera ci troviamo tutti a casa mia, sai, come facevamo di solito. Sono molto carini, non si dimenticano mai. Eravamo… siamo un gruppo speciale, lo sai? Salutami tanto mamma e papà»
Adesso la pioggia divenne più forte, ma solo per qualche secondo, poi tornò a scendere pigra come prima. A Francesco piacque pensare che fosse stata in qualche modo Serena per fargli sentire che aveva capito. Si alzò e mandò un bacio alla fotografia. Tornò sui suoi passi mentre il pomeriggio lasciava posto alla sera.
«Cavolo, sta cosa mi ha messo i brividi»
«Te l’avevo detto che i deja-vu non sono poi così male come credi»
Stavano camminando in riva al mare, e Francesco pensò che fosse perfetto. Un momento come quello non l’aveva mai vissuto, con quell’intensità, quel trasporto. Si era già innamorato? Non lo sapeva neanche lui, ma stava bene, e tanto gli bastava. Mise allora con fare noncurante il braccio destro intorno alle spalle di Serena. Lei non si oppose.
«Mi dispiace che tu te ne vada», le disse lui. Lei sorrise.
«Non vado mica in Vietnam, sono a quattrocento chilometri da qui. E poi c’è internet, Facebook, Skype…»
«Bhe, ma non è come averti qui di persona»
Lei si fermò e si girò verso di lui.
«Ci stai provando per caso?»
E Francesco ci provò. Le mise una mano sulla guancia e la tirò dolcemente verso di sé. La baciò piano, quasi avesse paura di farle del male. Serena ci mise qualche secondo ad aprire la bocca, ma poi lo fece e i sensi di Francesco esplosero come fuochi artificiali. Era la prima volta che la baciava, ma provava una sensazione strana, come se quel bacio fosse molto di più di un’avventura estiva. Come se avesse dovuto essere per sempre. Quando si staccarono risero un po’ di vergogna e un po’ perché era da stupidi non averlo fatto prima.
Gli amici arrivarono come al solito alla spicciolata, a intervalli regolari di cinque minuti. Michele portò un dolce, come faceva di solito. E come al solito, senza essersi messi d’accordo prima, optarono tutti per una bella spaghettata. Francesco allora andò in cucina, mise la pentola sul fornello e la coprì col coperchio, così che l’acqua bollisse più in fretta. Si appoggiò un attimo al ripiano e diede una scorta al salotto di là dalla porta: i suoi amici stavano scherzando tra loro sui due divani, davanti alla televisione, mentre veniva trasmessa una partita di baseball. Pensò che era sempre stato così per lui, anche da ragazzino faceva venire a casa sua i suoi amici, quando i genitori erano fuori. La scena era praticamente identica, a parte per il programma: in Italia ci sarebbe stata di sicuro una partita di calcio. Venivano spesso a casa sua, ma quel giorno, da tre anni a quella parte, era imprescindibile: gli volevano stare accanto per aiutare a passare oltre. Francesco era molto soddisfatto dei suoi amici, e lo diede a intendere sorridendo sommessamente. Era immerso in questi piacevoli pensieri quando qualcuno suonò alla porta. I suoi amici smisero per un momento di parlare, poi quando videro che Francesco si stava recando alla porta si girarono tutti con interesse, per vedere chi potesse essere. Il padrone di casa guardò dallo spioncino, fece intendere di conoscere chi c’era dall’altra parte, e aprì la porta.
Per un momento fu solo un’ombra nel corridoio, seminascosta nel buio. Poi fece mezzo passo verso Francesco e Jasmine comparve nella luce dell’appartamento, bionda come il sole. I suoi occhi chiari passarono da Francesco al gruppo di amici, e poi ancora al padrone di casa.
«Scusa Francesco, non volevo disturbare»
«No figurati, Jasmine, nessun disturbo. Che c’è?»
Si accorse che la ragazza aveva un barattolo vuoto in mano.
«Sono una stupida, mi sono accorta adesso di aver finito il sale. Potresti prestarmene un po’?»
«Ma certo, nessun problema, vieni»
Mentre lui chiudeva la porta diede uno sguardo verso i divani. Che Michele gli avesse fatto un cenno con la testa e l’occhiolino? Non ci fece caso e accompagnò Jasmine in cucina.
«Scusami davvero, non sapevo che facessi una rimpatriata»
«Ma no figurati, nessun disturbo. Cosa fai di buono da mangiare?»
«Oh, pensavo a un piatto di pasta, una cosa veloce, sono tutta sola perché Patrick è fuori per lavoro, e allora…»
«…e allora perché non ti unisci a noi, scusa?», disse Michele appoggiato allo stipite della porta della cucina.
Francesco lo fulminò con lo sguardo.
«Oh, non vorrei creare più disturbo di quanto ne abbia già creato…»
Francesco sembrò pensarci un po’ su, poi il suo sorriso lieve sbocciò spontaneamente.
«Michele ha ragione, tanto stiamo per mangiare anche noi un bel piatto di pastasciutta. Sei la benvenuta»
Jasmine si portò una ciocca di capelli biondi dietro l’orecchio e gli sorrise di rimando.
«Ok, allora accetterò l’invito»
Francesco fece un segno di assenso con la testa e disse a Michele di accompagnarla dagli altri per le dovute presentazioni. Mentre il suo migliore amico gonfiava il petto e si preparava a broccolare, Francesco fece cuocere la pasta, e poi la scolò in una bella padella ripiena di sugo all’amatriciana. Impiattò il tutto e si diresse verso il soggiorno, urlando che la gallina aveva fatto l’uovo: non si accorse così che il fornello era rimasto acceso. Mentre usciva dalla cucina, come faceva sempre quando c’erano ospiti, si tirò appresso la porta e la chiuse. E’ proprio vero che le vecchie abitudini non muoiono mai.
Passarono tutto il giorno seguente assieme, comportandosi come due innamorati ma senza sconfinare in atteggiamenti troppo smielati. Benchè si conoscessero solo da dieci giorni, il loro rapporto sembrava durasse da mesi. Quella sera lui aiutò il padre di Serena con i bagagli, sentendo dentro di sé tutto il peso che quei gesti comportavano. Dopo che ebbe finito di caricare, Francesco si appartò con Serena senza essere visto da nessuno e si baciarono molto più appassionatamente che il giorno precedente, mettendo anche le mani dove i genitori di lei non avrebbero di sicuro approvato.
«Ripetimi la promessa che mi hai fatto»
«Verrò a trovarti, cascasse il mondo»
Lei sorrise e lo ribaciò. Serena non avrebbe mai pensato di provare un dolore così forte al solo pensiero di ritornare a casa. Mentre si guardavano negli occhi, il padre di lei suonò il clacson. Era ora di andare.
Si baciarono per l’ultima volta e poi Serena si staccò da lui, uscì dal loro seminascodiglio e si incamminò per la strada. Quando si girò verso di lui, mandandogli un bacio con la mano, lui si ritrovò a pensare che tutto quello sarebbe stato irripetibile. Lei salì sulla station wagon bianca e se ne andò lungo quella striscia d’asfalto che la portava lontano da lui, mentre all’orizzonte l’ultimo spicchio di sole moriva lentamente.
Francesco era seduto sul muretto che delimitava la spiaggia, mentre assaporava un cono alla fragola.
«Nostalgia, eh?», gli chiese Michele, il suo migliore amico, che si sedette di fianco a lui.
«Già», rispose Francesco.
«Bhe, ti capisco vecchio mio, ti capisco. Serena è proprio una bella ragazza»
Francesco annuì.
«Dai, su con la vita, Cesco. Ci sono un sacco di altre turiste ancora…»
«Sì, ma lei è…» disse Francesco, ma poi si fermò. Cercò di usare un aggettivo meno enfatico, qualche parola che potesse un po’ smorzare il senso di quello che stava per dire per non sembrare retorico. Ma non ce la fece.
«…perfetta»
Michele rise e gli batté una mano sulle spalle.
«No, Cesco, donne così esistono solo nelle favole»
«O nei sogni»
Michele si girò verso di lui.
«Come?»
Francesco si strinse nelle spalle.
«Niente»
Un leggero vento si alzò alle loro spalle e soffiò verso il mare.
«…e il dottore gli fa: l’altra gamba sta migliorando!»
Tutti applaudirono ridendo. Francesco si sporse sul tavolo in preda a una crisi di risa e pianto e per poco non mise la testa nel piatto dove avevano appena finito di mangiare il dessert di Michele. Erano tutti abbastanza brilli, ma non ubriachi da star male. Si trattenevano almeno quel giorno: gli amici di Francesco volevano farlo svagare, ma di sicuro non volevano rendere volgare una serata in onore dei vecchi tempi. Finito anche il tempo delle barzellette, si spostarono sui due divani per vedersi un film in blu-ray. Francesco diede un’occhiata a Michele e Jasmine, e si accorse che tra i due l’intesa c’era eccome. Ne fu rallegrato: un tizio una volta disse che era più facile stare accanto all’amico sconfitto che a quello vincente. Per lui non era affatto vero: tutte le volte che vedeva un suo amico felice era felice di rimando.
Passarono così altre due ore, dove risero assieme della commedia e poi, come sempre, discussero un po’ dei buchi di trama di cui il film era pieno.
«Va bene ragazzi, io vi voglio bene ma credo sia giunta l’ora di andare a dormire», disse Francesco alzandosi dal divano.
«Ti aiutiamo a mettere a posto», propose Jasmine.
«No, davvero, lascia stare, non c’è bisogno, faccio io domani»
«E invece insisto», replicò la bionda, sorridendogli.
Francesco allora incassò l’ennesima sconfitta con un sorriso e si voltò verso l’ampia vetrata del suo appartamento, da dove si vedeva Manhattan sullo sfondo. Si mise le mani in tasca mentre pensava a quanto fosse bella New York a sera inoltrata.
«Posso fumare?», chiese Jasmine alle sue spalle.
«Sì, certo, però esci sul balcone della cucina, che non voglio impregnare la casa di fumo», rispose Francesco.
«Non c’è problema!»
Jasmine, già con la sigaretta in bocca, si diresse verso la porta della cucina, cercando in tasca qualcosa. Quando arrivò ad un passo dalla porta estrasse un accendino color fragola dalla tasca destra. Mentre abbassava la maniglia e apriva la porta, fece scattare la fiammella.
Il boato che sentì Francesco alle sue spalle fu talmente forte che gli perforò il timpano sinistro. Una forza immane lo spinse alle spalle, come se l’Incredibile Hulk lo avesse afferrato e sbalzato in avanti. Con la testa ruppe la finestra che aveva davanti e fu catapultato nell’aria fredda e uggiosa della notte newyorkese. Non perse i sensi, e dietro di lui sentì un calore insopportabile, una palla di fuoco che lo rincorreva. Si era completamente ustionato la schiena, e adesso, quasi senza accorgersene, pensò che la pioggia in quel momento fosse proprio un toccasana. Volò per decine di metri, acquistando velocità, e quando fu a pochi passi da terra gli venne in mente quel sogno che faceva spesso da quando Serena era morta, e che lo aveva fatto svegliare quella mattina alle prime luci dell’alba: lui, da ragazzino, in spiaggia accanto ad un falò, che parlava fitto fitto con Serena.
Un gelato.
Un bacio in un vicolo.
Un saluto.
Una macchina che se ne andava.
Una promessa.
Sto arrivando, pensò.