Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Il buddy film è un genere cinematografico che tratta l’amicizia tra due uomini, amicizia che molto spesso tende ad annullare la componente femminile, vista solo come puro intralcio alla relazione maschile. E come non pensare a questo genere mentre si guarda Sherlock Holmes – Gioco di ombre?
Ci ritroviamo con due dei personaggi meglio scritti negli ultimi anni, dopo un primo capitolo che aveva colpito molti per la forza visiva che lo rappresentava. Anche in questo secondo episodio ci sono molti accorgimenti (forse troppi) dal punto di vista spettacolare, tanto che alcune volte si fa fatica a seguire ordinatamente l’indagine dei due protagonisti, che dovrebbe essere il vero fulcro di una storia su Sherlock Holmes. Le sequenze dei combattimenti corpo a corpo sono altamente spettacolari, ma Holmes non è Neo e non ha preso la pillola rossa, ma solo mangiato qualche foglia di coca. Certo, Ritchie ricalca le orme che avevano portato fortuna al suo primo film, ma forse qui calca un po’ troppo la mano con i flash-forward che anticipano le mosse che Holmes farà durante i successivi pestaggi.
Anche la sequenza in cui il gruppo dei nostri fugge nel bosco e i tedeschi gli sparano con un cannone gigantesco (invenzione che verrà utile durante la I Guerra Mondiale) è alquanto esagerata: va bene la spettacolarità, ma inserita così insistentemente è ridondante e qualche volta fuori luogo.
Downey Jr. e Law fanno ancora egregiamente il loro lavoro, dando una caratterizzazione ben precisa ai due personaggi di Conan Doyle. Come dicevo prima, questa pellicola ricalca in maniera evidente gli schemi del buddy film: l’amicizia tra due uomini è molto più forte e importante che l’amore tra un uomo e una donna. Di indizi ce ne sono molti, a partire dal matrimonio di Watson, dove Holmes è evidentemente contrario verso questa eventualità: ma non è tanto contrario alla pratica del matrimonio in sè, quanto a quello del suo amico, tanto che se ne va malinconico, in preda della gelosia.
Tutto ciò raggiunge l’apice nella scena del treno, dove Holmes è in maniera paradigmatica vestito da donna. Qui non solo il dectetive entra prepotentemente nella vita della coppia, ma butta addirittura la donna-ostacolo giù da un treno in corsa mentre attraversa un ponte alto trenta metri. Non contento, Holmes si sostituisce addirittura alla sposa nella prima notte di nozze: infatti la lotta che ha con Watson, con le posizioni che assumono i due, somiglia molto ad un amplesso.
Attenzione però, Ritchie non disegna Sherlock Holmes come un personaggio omosessuale: sappiamo bene l’amore (o qualcosa di simile) che prova per Irene Adler. Solo che Holmes è destinato, per quello che è, a rimanere solo (tanto che Irene muore subito), e lui lo sa, sintetizzando bene la questione nel discorso che fa a Watson sul morire da soli. Ed è proprio Watson “l’anima gemella” di Holmes, perchè lo capisce e lo accetta per quel che è, non abbandonandolo mai.
Un punto sicuramente a favore è la presenza della storica nemesi di Holmes, e cioè il professor Moriarty. Molto bella la partita a scacchi che giocano mentalmente quando sono all’esterno del castello, e la metafora con il combattimento girato tutto nella loro testa è sicuramente riuscita. Interessante anche la citazione che Ritchie fa de L’ultima avventura, libro in cui Conan Doyle fa morire Holmes, stufo di dover scrivere sempre storie con lo stesso personaggio: anche in quel caso Holmes cadde dalle cascate di Reichenbach per mano di Moriarty, e anche in quel caso il corpo non fu ritrovato. Dopo la protesta dei fan, Doyle dovette tornare a scrivere di Holmes, facendolo ricomparire ne L’avventura della casa vuota.
Non manca quindi anche qui (come in molti film hollywoodiani degli ultimi anni) una critica feroce a chi si arricchisce in periodo di guerra: un riferimento all’amministrazione Bush neanche tanto velato. Peccato però che il dialogo tra Moriarty e Holmes mentre giocano a scacchi sia abbastanza prevedibile, portando ancora una volta all’attenzione la scarsa moralità del genere umano.
In conclusione, Gioco di ombre è sicuramente un film godibile, molto movimentato, ma che si avvicina più a una pellicola con protagonista Jack Sparrow, piuttosto che a una con l’inquilino del 221b di Baker Street.

VOTO: 7

Curiosità:
- quando Holmes è sul treno vestito da donna, il trucco che porta è inquitantemente simile a quello del Joker de Il cavaliere oscuro. (grazie a Ste V. per avermelo fatto notare)

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Homo Homini Lupus

La macchina blu scuro si fermò davanti alla villetta in tempo per vedere un agente che srotolava, sul cancello d’ingresso, il nastro giallo della polizia.
Dalla berlina scese un uomo alto quasi due metri, che chiuse con decisione la portiera e cominciò a guardarsi intorno. Ohio Street era piena di curiosi che guardavano in direzione della villetta, nonostante fossero le due e mezza del mattino. L’uomo si incamminò al cancello, fece capire all’agente la sua identità, e fu fatto passare. Mentre percorreva il vialetto d’ingresso, alla luce dei faretti che lo delimitavano, il giardino sembrava in perfette condizioni, a parte un piccolo angolo vicino alla staccionata dove le rose avevano l’aspetto di essere tutte morte. Sembrava fossero state avvelenate.
«Oh, eccola Tenente, la stavamo aspettando».
Il Detective Ross era sulla soglia di casa. Sembrava sudato.
«E’ così brutto come sembra?», chiese il Tenente con la sua solita voce roca.
«Entri, lo veda da sé».
Il Tenente entrò nella villetta, e la prima cosa che sentì fu l’odore della cordite. Qualcuno aveva sparato meno di un’ora prima. Si guardò per qualche secondo intorno, fino a quando notò il corpo di un uomo sulla quarantina riverso al suolo. Era perfettamente normale nel suo pigiama, tranne che per un piccolo particolare: la parte sinistra della faccia non c’era più. O meglio, c’era sì, ma quel che ne rimaneva era spiaccicato in maniera difforme sulla parete dietro il cadavere. Qualcosa di grigiastro era rimasto attaccato in mezzo alla macchia di sangue: probabilmente un pezzo di cervello.
«Cristo Santo, Ross, sembra di stare in uno di quei film di Tarantino. Abbiamo già il colpevole, vero?»
«Sì, Tenente», rispose con voce ferma il Detective Ross. «E’ di sopra».
Il Tenente seguì con lo sguardo Ross che si voltava e si incamminava verso le scale. Scartò sulla sinistra il cadavere che c’era in mezzo al soggiorno, in tempo per vedere con la coda dell’occhio un vaso di fiori rovesciato sul tavolino. Una delle ultime gocce d’acqua rimasta all’interno del recipiente si staccò lentamente dal bordo e precipitò per terra, in mezzo alla pozza di sangue.
Plink
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***

La prima cosa a morire in Ohio Street furono le rose.
Jim Redfoot se ne accorse quella fatidica mattina quando stava uscendo per andare a prendere l’autobus. Stava percorrendo sereno il suo vialetto d’ingresso, quando l’occhio gli cadde sul quel piccolo angolo di giardino, che aveva coltivato con tanta passione. Le rose, che fino alla sera prima crescevano in ottima salute, erano tutte accasciate su se stesse, dando proprio l’idea di non stare troppo bene. Jim si avvicinò alla staccionata che lo divideva dal giardino del vicino e, nei pressi del terreno coi fiori ormai morti, avvertì forte l’odore di qualcosa. Se fosse stato nel bel mezzo di una partita di poker, sarebbe andato in all-in sul pesticida.
Si coprì il naso e la bocca con un fazzoletto e guardò in direzione della villa di O’Brian. Quel fottuto bastardo gliene aveva fatte passare di tutti i colori nei mesi prima, per via di quello che aveva combinato Billy, il suo cane. Che cazzo, non lo aveva certo sguinzagliato lui contro l’edera di O’Brian, non era certo colpa sua se il cane era ingegnoso e aveva scavato una buca per passare sotto la staccionata e andare a fare Attila nel giardino del vicino. Si era scusato, si era prodigato per pagare le spese, ma niente da fare, quello stronzo gliel’aveva giurata, ed ecco i risultati.
Ma Jim Redfoot non era un tipo che ci metteva una pietra sopra. Prese un bel respiro e si incamminò deciso verso l’abitazione lì accanto.

Le scarpe eleganti che metteva per andare in ufficio risuonavano sinistre sul vialetto di O’Brian. Mentre percorreva deciso la distanza che lo separava dalla porta di ingresso, notò che anche lo stronzo aveva un angolo di giardino in cui coltivava le rose. Arrivò con passo spedito sotto il portico e cominciò a suonare nervosamente il campanello di quel merdoso del suo vicino.
«Arrivo, un momento!», si sentì da dentro. Qualche secondo dopo la porta si aprì, e dietro di essa comparve il volto paciocosso di Leonard “Lenny” O’Brian.
«Che cazzo hai fatto alle mie rose?».
«Buongiorno anche te, caro vicino. Cosa dovrei aver fatto alle tue rose?».
«Sono tutte morte, qualcuno ci ha spruzzato sopra una quintalata di pesticida!».
O’Brian sgranò leggermente gli occhi.
«E naturalmente il primo a cui avresti pensato sarei io!», sbottò Lenny.
«Guai a te se ti avvicini ancora al mio giardino, irlandese del cazzo… ne pagheresti le conseguenze!».
«Ma come cazzo…», stava per urlare Lenny, quando una mano gli si posò sulla spalla. L’omaccione si voltò di scatto, e dietro di lui comparve una donna poco più giovane, ancora in vestaglia.
«Si può sapere cosa diavolo sta succedendo qui?!».
Per un attimo nel portico ci fu silenzio. Un grillo si fece sentire dal giardino.
«Scusa, Anna, se sono stato un po’ scortese, ma tuo marito fa di tutto per farmi inca… arrabbiare».
Anna O’Brian guardò quindi il marito.
«Che cosa è successo, Lenny?»
«Il signor Reedfoot sta insinuando che gli abbia avvelenato le rose! Dopo quello che ha fatto il suo cane, viene qui alle sette e mezza del mattino a sbraitarmi contro!». Il viso dell’irlandese era paonazzo.
«Adesso devo scappare al lavoro, O’Brian. Ma sappi che mi farò sentire… stavolta hai oltrepassato il limite», minacciò Jim. Poi si voltò verso la bionda e la salutò con riverenza. Tornò sui suoi passi, si sistemò meglio la valigia a tracolla e si incamminò stizzito verso la fermata del pullman.
O’Brian e la moglie erano ancora sulla soglia. Rientrando, l’uomo prese la porta e, mentre la chiudeva, pensò: se torna, lo ammazzo.

Lenny O’Brian era un uomo abbastanza tranquillo, se lo si lasciava nel suo brodo. Ma se avvertiva che qualcuno gli voleva fare un’ingiustizia, non si sarebbe limitato a un’alzata di spalle. Da ragazzo lo prendevano in giro per via del suo peso. Era sempre stato un po’ troppo grasso, e naturalmente i bulli della scuola non perdevano occasione per ricordarglielo. Un pomeriggio, mentre parlava con una sua amica (anche lei un po’ in carne, diciamo) su una panchina, uno stronzetto passò in bici e urlò la parola “balene”. O’Brian diventò paonazzo, ma non si arrabbiò per se stesso: si arrabbiò per la ragazza con cui stava parlando. Si alzò di scatto, prese un sasso e lo tirò verso lo stronzetto, che non si era allontanato di molto. Quello sulla bici non sapeva che O’Brian faceva da tre anni lancio del peso, e così si prese la pietra in testa. Oltre al taglio sulla nuca, si sbucciò entrambe le braccia e gli venne un ginocchio grosso come un cocomero per una settimana.
Probabilmente nemmeno quel coglione di Redfoot lo sapeva, se no non si sarebbe permesso di venire ad insultarlo a casa sua, davanti a sua moglie. Amava quella donna così tanto sia perché le voleva un bene dell’anima, sia perché era orgoglioso di aver conquistato una donna così bella, nonostante non fosse Brad Pitt. I soliti insinuavano che lo aveva sposato per via dei soldi in banca, ma O’Brian conosceva Anna, e sapeva che anche lei lo amava sinceramente.
Stava pensando alla faccia da cazzo di Redfoot, mentre percorreva il vialetto di casa sua a fine giornata, quando lo sguardo gli cadde sul piccolo recinto delle rose. Erano tutte appassite: sembrava che qualcuno le avesse spruzzate con del diserbante. O’Brian si fermò in mezzo al suo giardino, appoggiò la ventiquattrore a terra, chiuse gli occhi e prese un bel respiro. Quando li riaprì, guardava in direzione di villa Redfoot, e gli occhi erano iniettati di sangue. Riprese la valigetta e si incamminò con passo tranquillo verso casa, inspirando ed espirando velocemente.
E guerra sia
, pensò.

L’uomo sbuffò sorridendo e si lasciò cadere sul letto, esausto. Era tutto sudato, nudo come mamma lo aveva fatto, ancora stordito da quello che era appena successo.
Lei invece aveva gli occhi chiusi, e ansimava ancora. Anche lei era nuda e sudata; sembrava soddisfatta.
«Sei unica, sai?».
Lei aprì le palpebre e lo guardò coi suoi occhi penetranti. «Scemo». Gli diede quindi una pacca sul petto.
«No, dico davvero… Non solo per il sesso, sia chiaro. Sei una donna speciale».
Lei si tirò su appoggiandosi al gomito, si portò una ciocca di capelli dietro la nuca e lo guardò seriosa. «Che cosa ti ho detto la prima volta?».
«Oh, lo so cosa mi hai detto, ma cosa posso fare se mi piaci?»
«Non fare il cretino. Sai che non puoi permetterti una cosa del genere. E nemmeno io».
La donna si alzò stizzita, si mise le mutandine e si recò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
«Non puoi uccidere i miei sentimenti», le disse lui dal letto.

Quel sabato mattina Jim venne svegliato dal trambusto che sentiva provenire dal soggiorno. Con la mente ancora annebbiata si alzò dal letto, si stirò per bene e si vestì come meglio poté. Quel mattino era quasi di buon umore: non doveva lavorare, lo aspettava un bel week-end di ozio e appena aprì la porta notò con piacere che Frannie, la ragazza che veniva a pulirgli casa, era chinata sull’aspirapolvere. Come tutte le volte si godette lo spettacolo per qualche istante e poi la salutò. Lei fece un gridolino e si girò sobbalzando.
«Oh, scusa, ti ho spaventato?».
«Certo che mi hai spaventato, non ho sentito alzarti. Ti ho svegliato?».
Lui alzò le spalle e le sorrise. Quando lei si girò e si diresse verso la portafinestra che dava sul retro, lui le diede ancora un’occhiata compiaciuta e andò in cucina a prepararsi qualcosa da mangiare. Mentre addentava il suo panino ripieno di marmellata, sentì Frannie urlare dal giardino. Sarà ancora uno di quegli insetti, pensò Redfoot, mentre si alzava con tutta la calma del mondo dal tavolo della cucina per recarsi all’esterno. Stava addentando l’ultimo pezzo di pane quando vide quello che aveva visto Frannie. Su metà parete bianca c’era una scritta in rosso vivo, fatta con dello spray, di quelli che usavano i ragazzi per i murales. Aveva già cominciato leggermente a colare, e più che vernice spray sembrava sangue. La scritta diceva: FIGLIO DI PUTTANA.
«Devo… devo chiamare la polizia, Jim?».
Lui rimase ancora per qualche istante a fissare il muro, inghiottì il boccone amaro condito con la marmellata ai lamponi, e scosse la testa.
«No, Frannie», disse girandosi verso la villa di O’Brian. «Ci penso io».

Lenny O’Brien era seduto sulla sedia della sua cucina. Era intento a bersi un succo di frutta e a godersi lo spettacolo che stava avvenendo nel giardino del vicino. Sua moglie era via con delle amiche per il week-end, così ne aveva approfittato per divertirsi un po’ con il suo amichetto della porta accanto. Lo vedeva, quello stronzo di Redfoot, che guardava nella direzione di casa sua: non poteva guardarlo direttamente negli occhi, ma in cuor suo sapeva che in quel preciso istante erano spalancati per la rabbia.
Finì di bere il succo e lavò il bicchiere, lo asciugò e lo mise nella credenza. Andò in cantina e rovistò per qualche minuto tra gli utensili del perfetto giardiniere, finché non trovò quello che cercava. Risalì in casa e mise le cesoie sopra il tavolino d’ingresso, a pochi passi dalla porta di casa.
Quando tornò in cucina si mise a guardare ancora verso casa Redfoot: il coglione non c’era più. C’era quella puttanella della sua domestica che cercava di pulire la scritta che gli aveva lasciato in dono qualche ora prima.
Sì girò di nuovo verso l’ingresso, guardando le cesoie che scintillavano per un riflesso del sole. Ti aspetto, Redfoot, pensò.

Avevano appena finito di fare l’amore. Lui si girò sul fianco e la guardò dritta nelle pupille.
«Allora, ci hai pensato?».
Lei sembrò titubante. Poi annuì.
«E quindi?».
La donna si tirò su a sedere e poggiò la schiena alla spalliera del letto.
«Fra tre settimane. Sono libera per cinque giorni, possiamo fare i bagagli e andarcene dove ti pare».
Lui sorrise a trentadue denti e la baciò, prima normalmente, poi con sempre più passione. Lei lo staccò delicatamente dalla sua bocca.
«No, no, fermo… devo andare».
«Aspetta».
L’uomo si alzò dal letto e si diresse nella stanza accanto. Tornò che nascondeva qualcosa dietro la schiena.
«Questa è per te».
Le diede una rosa rossa. Lei la prese delicatamente e ne annusò l’odore penetrante. Poi sorrise.

O’Brian era stato fuori città per tutta la giornata di domenica. Gli piaceva, nel fine settimana, andare in giro con i suoi amici d’infanzia: andavano a pesca o si inventavano qualche cosa d’altro per parlare dei vecchi tempi. Oggi toccava a Steve prendere la macchina, per cui aveva lasciato la sua berlina in garage. Se ne rallegrò verso sera, quando Steve lo stava riportando a casa, perché era venuto a piovere per circa un’ora, e se fosse uscito con la sua BMW di sicuro se la sarebbe trovata tutta sporca il giorno dopo. Visto che l’aveva lavata non più tardi di tre giorni prima, trovò che fosse stato davvero un bel colpo di fortuna.
«Ciao Lenny, ci sentiamo per settimana prossima. Salutami Anna allora, se torna questa sera».
«Sarà fatto, Steve, non mancherò. Magari propongo una cenetta a metà settimana tra noi quattro, che ne dici?».
«Va bene, lo dirò a Marie. Ciao grassone».
«Fanculo!».
Leonard rientrò in casa, e diede ancora un’occhiata alle cesoie che aveva lasciato lì quella mattina. Gli venne un po’ di acidità di stomaco a ripensare a quel fottuto stronzo di Redfoot, così andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Non poté non notare che nella casa del vicino non c’era neanche una luce accesa: probabilmente era uscito con quella troietta della ragazza delle pulizie. Era quasi certo che se la scopava tra una ramazzata e l’altra.
Mise via il bicchiere e notò che mancavano una decina di minuti alle otto. Non aveva mai visto una partita dei Bulls senza la sua storica sciarpa portafortuna. Si ricordò di averla lasciata in macchina l’ultima volta che era andato a vedere una partita da Steve, quindi prese le chiavi della BMW e si diresse in garage.
Accese la luce e guardò la macchina. Si fermò di colpo. Sulle portiere dal lato sinistro e sul cofano c’erano incisi disegni di peni giganti. L’incisione era andata talmente in profondità che, di fianco ai disegni, c’erano trucioli della verniciatura grigio metallizzata. O’Brian era ridiventato paonazzo: se fosse stato in un fumetto, di sicuro gli avrebbero disegnato il fumo che gli usciva dal naso e dalle orecchie. Quando si girò verso il retro del garage, si accorse che qualcuno aveva scassinato la porta di servizio che dava sul giardino.
Urlò con quanto fiato aveva in gola, anche se era sicuro che gli altri vicini potessero sentirlo. Risalì furiosamente in casa e andò avanti e indietro per una ventina di volte, quando sentì abbaiare. Si fermò di scatto, ricordandosi una cosa.
Lenny O’Brian si calmò. Guardò le cesoie e riascoltò con piacere l’ululato del cane.

Jim Reedfoot tornò a casa che era quasi l’una e mezza. Aveva passato una divertentissima serata in compagnia di vecchi amici, che lo distraevano sempre dalle amarezze della vita quotidiana. Parcheggiò la macchina nel vialetto, e mentre attraversava il giardino sbirciò in direzione di casa O’Brian. C’era la luce accesa al piano di sopra, mentre il piano terra era immerso nell’oscurità. Si chiese se quell’obeso del cazzo avesse dato un’occhiata alla sua macchina, di recente. Non sapeva da dove gli era venuta quell’ispirazione artistica, ma si era complimentato con se stesso per l’inventiva del gesto.
Cercò di entrare in casa facendo meno rumore possibile, anche perché il silenzio era così profondo che non sembrava esserci anima viva nel giro di chilometri. Adesso che ci pensava meglio, c’era troppo silenzio. Di solito Billy avrebbe quasi strappato la catena che lo legava alla cuccia, quando lui tornava a casa.
«Billy!», sussurrò Redfoot in direzione del giardino sul retro. Si incamminò furtivo, per evitare di essere sentito dalla casa di fianco.
«Billy!». Nessuna risposta. Quando era ormai in prossimità della cuccia nascosta nell’ombra della sera, scivolò su qualcosa di vischioso che c’era sull’erba. Cadde col sedere per terra e si inzuppò i pantaloni di quella roba che sembrava ricoprirgli tutto il giardino. Cominciò a emettere versi di disgusto e di angoscia, e non poté fare altro che accendere la luce sopra la porta di servizio. Quello che vide gli mandò per un attimo in tilt in cervello, come se si trovasse dentro un film consapevole di non farne parte. C’era una pozza gigantesca di sangue, e lui c’era finito in mezzo. Billy era ancora legato alla catena, ma non sarebbe comunque andato da nessuna parte. Nel fianco sinistro aveva uno squarcio di quasi dieci centimetri. Qualcuno gli aveva aperto la pancia quasi da parte a parte, con qualcosa di molto appuntito. Le interiora del cane erano disposte sotto di lui, flaccide e abominevoli.
Redfoot si girò dall’altra parte e vomitò tutta l’abbondante cena che aveva appena consumato. Poi si voltò verso il cane e cominciò a piangere, prima per il dispiacere, poi per la rabbia. Con la faccia rigata di lacrime e la bocca ancora sporca del rigurgito di poco prima, guardò in direzione della villa del vicino. Lui sapeva  che O’Brian era là seduto nel buio, in panciolle, a godersi lo spettacolo. Quel figlio di puttana gli aveva ammazzato il compagno di una vita a sangue freddo e adesso era probabilmente là, sulla sua poltrona, a ridersela di gusto.
Jim si alzò a fatica e, evitando il sangue, entrò in cucina. Prese una tovaglia bella grossa e la pose su quello che era stato il suo cane fino a qualche ora prima. A lui avrebbe dato degna sepoltura più tardi, quando anche qualcun altro avrebbe raggiunto Billy all’altro mondo. Rientrò nella villa e salì in camera sua. In fondo all’armadio, in una scatola di vecchie scarpe da ginnastica, teneva la pistola che aveva regolarmente denunciato alla Polizia qualche mese prima, dopo che aveva ricevuto minacce da un ex-collega che lo accusava di averlo fatto licenziare.
Prese i proiettili e la caricò. Trasse un respiro profondo e scese al piano terra, poi uscì di casa.

«Che cosa, scusa?».
L’uomo era allibito. Non riusciva a credere alle parole che aveva appena sentito.
«Hai capito bene quello che ti ho detto. Sono stata abbastanza chiara».
«Non… non puoi lasciarmi così. Io… io ti amo!».
Lei lo guardò con compassione.
«No, tu ami quello che ho fra le gambe. E poi comunque penso di essere stata chiara fin dall’inizio: non potrà mai nascere una storia seria, e lo sai».
«Ma… ma tutti i soldi che ha… potremmo scappare dall’altra parte del mondo e sparire per sempre».
«Tu non lo conosci. Mi cercherà per tutta la vita, e la cosa più grottesca è che ammazzerà te e non me, perché sono l’unica cosa che ha».
«Allora lo ammazzo prima io».
Ci fu un attimo di silenzio raggelante. La donna lo guardò fisso negli occhi.
«Lo faresti davvero?».

Jim Redfoot camminava veloce verso l’abitazione di O’Brian. Aveva tutti i nervi tesi, gli occhi quasi fuori dalle orbite. Non era mai stato così tanto arrabbiato e scosso in vita sua. Entrò nel portico e cominciò a sbattere i pugni con impeto e violenza contro la porta del vicino.
«Figlio di puttana, apri! Grassone di merda, hai ucciso il mio cane! Il mio cane! TI HO DETTO DI APRIRE QUESTA CAZZO DI PORTA!».
Da dentro si sentì trambusto. Pochi secondi dopo, la porta si aprì. O’Brian era in pigiama, ma sicuramente non aveva la faccia addormentata. Era rosso come al solito, ma stavolta sul viso aveva un’espressione di rabbia pura, come quella volta che tirò la pietra in testa al bulletto in bicicletta.
Redfoot non ci pensò due volte e puntò la pistola dritto in faccia a O’Brian. Lenny sembrò sorpreso: questa non l’aveva proprio calcolata. I due indietreggiarono dentro la villetta, verso il comodino dell’ingresso.
«Sei un fottuto bastardo O’Brian! Uccidermi il cane a sangue freddo!».
«Sei tu che hai cominciato, stronzo!».
«Io?! Sei tu che mi hai avvelenato le rose!».
«Ma che cazzo dici Redfoot?! CHE CAZZO DICI?!».
«Sei un gras…».
Nel mezzo della discussione, O’Brian tirò fuori qualcosa da dietro la schiena. Puntò le cesoie contro la pancia di Redfoot.
«Toglimi quella pistola dalla faccia!».
«Col cazzo! Ti sparo O’Brian! TI SPARO!».
Lenny era grosso quasi il doppio di Redfoot, ma era anche alquanto maldestro. Provò a strattonare il braccio di Jim, ma lo fece male. Caddero uno sopra l’altro. Redfoot non aveva mai sparato, e, per puro caso, premette il grilletto. Il rimbombo si sentì per tutta Ohio Street. Quando Redfoot riaprì gli occhi, c’era sangue ovunque. Di fianco a lui, steso per terra nel suo pigiama, giaceva il fu Leonard O’Brian.
Poi Redfoot si guardò la pancia. Aveva le cesoie dell’irlandese infilate vicino all’ombelico. Un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca.
«An…», provò a dire qualcosa, ma non ci riuscì. Si trascinò fino alle scale e poi, con una fatica che non aveva mai provato prima, cominciò a salire.

***

«Stia attendo agli scalini, Tenente», avvertì Ross.
Il Tenente notò che sulle scale c’era altro sangue, stavolta a formare una pista, come se qualcuno ferito le avesse scalate a gattoni. I due poliziotti salirono lentamente, facendo attenzione a non calpestare le prove. Le scale continuavano a salire dopo un piccolo pianerottolo, dove c’era, accanto a un cartellino della scientifica, una pistola.
La scavalcarono, e appena furono in grado di vedere la fine della scalinata, il Tenente vide Jim Redfoot. Era girato su un fianco perché gli era stato impossibile stare sdraiato sulla pancia: un paio di cesoie da giardino gli spuntavano grottesche dalla pancia.
Dal piano di sopra si sentivano dei singhiozzi ovattati.
«E’ la moglie?».
«Sì, Tenente. Le faccio strada».
Sorpassarono il cadavere di Redfoot e si trovarono in un lungo corridoio, su cui si aprivano tre stanze. Da quella centrale uscirono due poliziotti, che fecero segno a Ross che potevano entrare. Sul letto era seduta una donna bionda che si teneva un fazzoletto premuto sullo bocca.
«Signora O’Brian, questo è il Tenente Parker».
La donna alzò lo sguardo e guardò il poliziotto.
«Piacere, Anna O’Brian». Si strinsero la mano.
«Parker. Mi dispiace molto per suo marito, signora. E mi dispiace anche doverla vedere in un momento del genere, ma mi servirebbe farle qualche domanda».
La donna annuì. Fece accomodare il Tenente su una sedia che teneva in camera e rispose a tutte le domande del caso. Dietro di loro, dentro un vaso sul tavolino, li sorvegliava un mazzo di rose rosse.

UNA SETTIMANA DOPO

Anna seppellì il marito ed ereditò tutti i suoi soldi. Nonostante fosse diventata molto ricca, non si trasferì in centro città né comprò la casa al lago. Rimase a vivere lì, dove ormai ci aveva fatto l’abitudine.
Al posto del compianto Jim Redfoot si trasferì una famiglia molto carina, con due bambini a carico, che per fortuna erano abbastanza educati da non far baccano tutto il giorno.
Quel giorno decise di fare un po’ di ordine in casa, partendo dalla cantina. Quello spazio era ancora adibito ad ospitare gli strumenti da giardinaggio di suo marito, così prese tre enormi sacchetti dell’immondizia e cominciò a buttare quanto di superfluo rimaneva ancora lì sotto.
Stava buttando dei barattoli vuoti, quando le capitò in mano il fusto del diserbante. Rimase a fissarlo per qualche secondo, ripensando a quando…
Qualcuno suonò alla porta. Posò il fusto sul ripiano e andò all’ingresso.
«Ciao, John, entra».
L’uomo entrò nel soggiorno. Baciò Anna sulla bocca e si guardò intorno.
«Allora, l’hai trovato?», chiese John.
«Sì, è giù in cantina».
I due scesero di nuovo. L’uomo guardò il fusto e poi Anna.
«Mi hanno detto stamattina che le analisi della scientifica combaciano con tutte le dinamiche. Il caso è praticamente chiuso».
Anna tirò un sospiro di sollievo. «Meno male, cominciavo a temere che fosse andato storto qualcosa».
John l’abbracciò. «L’unica cosa storta di questa storia è stata il fatto che ti sei dovuta scopare Redfoot».
«John, lo sai che era necessario».
«Sì, forse hai ragione. Di sicuro hai visto giusto sulle rose».
Anna gli sorrise. Si girò verso il fusto di diserbante che aveva usato per avvelenare le rose di Redfoot e poi quelle di suo marito Lenny. «Uccidere quelle rose mi è costato molto. Mi sono sempre piaciute».
John annuì. «Quando faremo quel viaggio te ne regalerò quante ne vuoi. Anche se nel posto dove andremo non dovessero crescere rose».
Lei rise e si baciarono con passione. Anna era quasi in punta di piedi per riuscire ad arrivare alla bocca di John.
«Che cosa ne faccio di quel fusto?».
«Fallo sparire. In questa vita non si è mai sicuri di niente».
La donna annuì e si esibì in un comico saluto militare.
«Come vuole, Tenente Parker».

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Il sogno

La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo.
Virginia Woolf

Una volta qualcuno di cui non ricordava il nome gli aveva detto che le vecchie abitudini faticano a morire. Lui aveva sempre pensato che quella fosse la scusa di qualcuno che non riusciva a smettere di fare cose che gli facevano male. Ma quel giorno d’estate, mentre camminava verso la gelateria del lungomare, si rese conto che probabilmente quel tizio aveva maledettamente ragione.
Francesco così entrò nel negozio e prese il solito, immancabile, gelato alla fragola. Dopo aver pagato, uscì sulla via più trafficata del paese, mettendosi a guardare la gente che affollava la spiaggia. Senza che ne avesse il minimo sentore, la sua vita sarebbe cambiata nel giro di venti secondi.

Mancavano venti secondi alle 6 e 26.
Fuori diluviava, come da tre giorni a quella parte. Era sdraiato nel suo letto a due piazze che cercava di riprendere sonno, ma non ce la fece. Guardò la radiosveglia sul comodino e scattò il minuto. Si alzò a sedere e si stropicciò la faccia con le mani. Andò in bagno, svuotò la vescica, si lavò faccia, denti e si guardò allo specchio. Ormai aveva quasi quarant’anni, e le prime rughe glielo ricordavano tutte le volte che si specchiava. Si promise allora di non guardarsi più nello specchio, almeno non alle sei e mezza del mattino. Andò caracollando in cucina, accese la tv e si sintonizzò sul notiziario nazionale. Mentre la giornalista dava il buongiorno a tutti gli americani (si chiedeva sempre a che diavolo di ora si dovesse alzare quella povera ragazza), aprì il frigorifero alla ricerca delle uova. Spostò la confezione di gelato alla fragola e le trovò. Tra una notizia sul terremoto in Islanda e i Chicago Bulls che rivincevano il campionato dopo quasi trent’anni di attesa (con Micheal Jordan Presidente, ironia della sorte), si cucinò le due uova con un po’ di bacon e mangiò di gusto.

Distolse lo sguardo dalla distesa di sabbia davanti a lui e guardò l’ora sul cellulare. Doveva tornare a casa per… qualcuno gli piombò addosso, facendogli cadere il gelato di mano, che si schiantò sul marciapiede.
«Oddio scusa, non ti ho proprio visto, stavo guardando da un’altra parte…»
Francesco alzò lo sguardo e la vide. La vide e non pensò più a quello che doveva fare a casa, non pensò più che si doveva dare una mossa, non pensò più al gelato alla fragola. Due occhi nocciola lo stavano guardando, due occhi che si incastravano in un viso delicato, divisi da un naso perfetto. Il tutto condito da lunghi capelli castani che le ricadevano dolcemente sulle spalle.
«Non… Non c’è problema, davvero, è solo un gelato», le disse un po’ titubante, col cuore in gola. Non seppe dire se quel battito accelerato era dovuto allo spavento dell’urto inaspettato o alla visione di quella creatura.
«Ma io adesso mi sento in colpa», rispose lei. «Te ne offro uno!»
«Ma no dai, non preoccuparti, per uno stupido cono alla fragola…». Però una parte di lui voleva che lei non se ne andasse, che restasse lì ancora un po’ facendogli bene all’anima.
«E invece insisto», continuò la ragazza, sfoderando un sorriso a trentadue denti.
Francesco, a quel punto, disarmato, si arrese. Le sorrise anche lui di rimando ed entrarono nella gelateria.

Dopo che si fu vestito e che ebbe aspettato una ventina di minuti l’orario giusto per partire, scese in garage e prese la BMW per recarsi al lavoro. Cominciava a fare freddo seriamente, soprattutto perché pioveva ormai da venerdì sera e non accennava a smettere. Quando fu in mezzo al traffico newyorkese che procedeva a venti all’ora, notò che molti negozi erano già agghindati per Halloween. Mentre pensava distrattamente alla vecchie abitudini che faticano a morire, il telefono della macchina cominciò a squillare: sul display comparve il nome del suo migliore amico, Michele. Schiacciò il tasto verde.
«Pronto?»
«Compare, Michele sono!»
«Sì Mike, vedo che sei tu dal display, potresti evitare tutte le volte di fare la parodia dell’italo-americano? Ti esce male»
«Minchia Cesco, capisco che è lunedì e sono le 8 del mattino, ma su con la vita!»
Michele era sempre stato quello estroverso della coppia. Francesco l’aveva conosciuto quando erano poco più che bambini, nel loro paese natale in Italia, e da allora erano sempre stati ottimi amici. Quasi fratelli, anzi.
«Che vuoi, Mike?»
«Visto che oggi è un giorno speciale, che ne dici se stasera organizziamo una bella rimpatriata con gli altri?»
«E questa rimpatriata, di preciso, dove dovrebbe svolgersi?» chiese ironico Francesco, visto che sapeva a memoria la risposta.
«Bhe, se ti fa piacere ospitarci…»
Francesco sorrise. Michele era un bravo ragazzo, e anche se qualche volta rompeva un po’ le palle, lo faceva sempre a fin di bene.
«E va bene, succhia cazzi, facciamo alle 9?»
«Grande Cesco! Ok, avverto gli altri! Buon lavoro!»
Così cominciò la giornata di Francesco. Fermo ad un semaforo, diede una letta veloce al titolo della pagina locale del New York Post: “Proseguono le manifestazioni in occasione del 25esimo anniversario dell’11 settembre”. In alto a destra c’era la data: 26 ottobre 2026.

«E’ proprio buono il pistacchio»
Erano seduti su una panchina del parco al di là della strada. Lei si era presa un gelato al pistacchio e lui si era fatto offrire il solito cono alla fragola. Ma in quel momento Francesco mangiava il gelato senza sentire il sapore della crema: era tutto concentrato sul viso di quella ragazza che gli faceva venire la sudarella. Serena, si chiamava.
«Quindi hai detto che abiti qui?» gli chiese lei, tra un boccone e l’altro.
«Sì, sono nato qui e non me ne sono mai andato. Cioè, tecnicamente sono i miei a non essersene mai andati…»
Lei lo guardò da dietro il cono con un sorriso lieve che le creava una conchetta nel mezzo della guancia.
«Sei buffo, sai?»
Francesco rise e distolse per un attimo lo sguardo. Non era uno di quelli che si facevano beccare subito diventando tutti rossi, però bastava guardarlo negli occhi.
«Tu invece quando hai detto che torni a Milano?»
«Non l’ho detto», rispose Serena inghiottendo un altro pezzo di gelato verdastro. «Comunque fra dieci giorni, sono arrivata l’altro ieri»
«Bhe, allora magari domani potresti venire in spiaggia qui davanti, ci sono un sacco di ragazzi della nostra età, potresti divertirti, invece che stare tutto il giorno con i tuoi», le disse lui, guardandola dritta nelle pupille e sentendosi immensamente stupido. Serena lo guardò un attimo e poi rise.
«Che c’è? Ho detto qualcosa che non andava?»
«No, no. E’ che hai una punta di gelato sul naso»
Lui si pulì e disse mentalmente tutte le parolacce che conosceva.
«Comunque l’idea mi piace», concluse la ragazza.

Il giorno dopo, in spiaggia, Francesco la vide arrivare e sapeva già in anticipo che vederla in costume da bagno l’avrebbe fatto sentire meglio. Il corpo di Serena era fasciato in un elegante doppio pezzi nero, che risaltava appieno tutte le dolci curve del suo corpo.
«Ciao!»
«Ehi ciao! Vieni, ti presento ai miei amici»
Naturalmente, al momento, tutti si presentarono ordinatamente e senza dare segno di essersi accorti di quanto fosse attraente la turista milanese. Anche le amiche di Francesco la guardarono con professionale distacco, ma poi sicuramente si sarebbero scambiate commenti su quanto le stesse bene quel costume alla moda.
Fu così che Francesco e Serena entrarono uno in collisione con l’altra. Passarono quel giorno a giocare sulla spiaggia, mangiarono assieme, fecero il bagno con tutti gli altri ragazzi, e Serena dava l’idea di trovarsi a proprio agio, come se conoscesse tutte quelle persone da una vita.
Passò quindi una settimana, dove Francesco capì, giorno dopo giorno, che forse aveva trovato la ragazza giusta. Non era solo bella, quello potevano vederlo tutti: era qualcosa che sentiva dentro di sé quando erano assieme. Era come se la sua anima vibrasse all’unisono con quella di Serena.
Il giorno prima che lei tornasse a casa, i ragazzi del posto organizzarono un falò sulla spiaggia. Fu così che, quella sera, le raccontò del sogno.

Durante la pausa pranzo, Francesco era appoggiato alla macchinetta del caffè, intento a rigirare l’asticella di plastica dentro quel liquido nero scuro che gli faceva anche un po’ schifo. Ma ormai era dipendente dalla caffeina, probabilmente, e quindi non ne poteva più fare a meno. Si trovava al ventitreesimo piano di un grattacielo di Manhattan, e lavorava ormai da quasi quindici anni per un’agenzia di pubblicità. Gli piaceva quel lavoro, gli aveva dato la possibilità di trasferirsi in una delle città più belle del mondo, addirittura qualche anno dopo l’aveva pure raggiunto Michele, che aveva aperto una pizzeria a Little Italy. Era assorto nei suoi pensieri, quando qualcuno gli mise una mano sulla spalla.
«Hey, Francesco, come andiamo?»
Era Bruce, un suo collega con cui aveva stretto amicizia nel corso degli anni.
«Tutto a posto, solo un po’ stanco, mi sono svegliato nel cuore della notte e non sono più riuscito a riprendere sonno. Alle 6 e mezza ero già in piedi»
«Oh, capisco. Non sarà mica tutto quel caffè?»
Francesco sorrise.
«Sì, hai ragione anche tu. Ma oggi penso sia dovuto a qualcos’altro»
Bruce lo guardò più intensamente e poi sembrò ricordarsi di qualcosa.
«Ah… è quel giorno lì?»
«Sì, Bruce. E’ quel giorno lì», rispose Francesco.
Bruce prese la merendina dal distributore, e prima di tornare al lavoro gli strinse dolcemente il braccio.
«Mandale un bacio anche da parte mia»
Si scambiarono un’occhiata piena di significato.
«Sarà fatto, Bruce, come sempre»
Il collega annuì e scomparve oltre la porta della stanza. Francesco bevve tutto d’un fiato il caffè ormai tiepido e guardò pensieroso verso la finestra. Fuori pioveva ancora.

Il falò, o quanto ne restava, crepitava a qualche metro da loro, spandendo un godibile tepore. Francesco e Serena erano sdraiati a qualche metro da esso, con le braccia dietro la testa, intenti a guardare le stelle. Francesco pensò che doveva assolutamente provare quantomeno a baciarla quella sera stessa, perché era consapevole che un momento più opportuno di quello non sarebbe mai più capitato. Stavano parlando della serata, di quanto fosse stata simpatica e di come il tempo fosse passato via come un refolo di vento. Serena distolse lo sguardo dalla volta celeste e lo girò verso Francesco.
«Cavolo, mi è appena capitata quella cosa stranissima! Quella cosa che vivi un momento che ti sembra di avere già vissuto!»
Francesco la guardò divertito.
«Hai bevuto un po’ troppo, mi sa»
«Ma no dai, non mi viene il nome… quella cosa che puoi dire soltanto in francese!»
«Un deja-vu?»
«Bravo! Proprio quello! Per alcuni secondi mi è sembrato di sapere cosa sarebbe accaduto dopo, ma poi è passata. E’ una cosa un po’ inquietante, non trovi?»
«Bhe, penso ci siano molte cose più inquietanti…», la schernì lui.
«Ah sì? E sentiamo, cosa sarebbe più inquietante di un deja-vu?»
«Non saprei… forse il sogno che faccio continuamente»
Lei parve interessata.
«Uh, i sogni! Mi piacciono un sacco, anche se al mattino non me li ricordo mai…»
«Di solito neanche io, ma questo l’ho fatto e rifatto una decina di volte, e ogni volta si aggiunge un pezzo nuovo…»
Serena si girò su un fianco e gli si fece vicino. Nei suoi occhi si rifletteva il bagliore del fuoco.
«Adesso mi hai incuriosito»
«Bhe, tutto inizia con me che sono sdraiato in un letto che fisso il soffitto. Ad un certo punto mi giro e c’è una radiosveglia che segna l’ora: sono le 6 e 26. Mi alzo ed esco dalla stanza. Poi il tutto si fa un po’ frammentato, non è molto fluido»
«Sì sì, ma vai avanti», lo incalzò Serena.
«Entro in un’altra stanza che credo sia la cucina, perché sembra che stia mangiando qualcosa. Poi c’è una specie di cambio di scena e sono in macchina: sul giornale c’è scritto che è il 26 ottobre. Il 26 ottobre del 2026»
«Cavolo, che figata! Mi stai dicendo che vedi il futuro?» chiese lei con l’aria di chi scherzi, ma non troppo.
«Spero proprio di no!»
«Perché?»
Francesco si mise a sedere. Quella parte l’aveva già raccontata più di una volta, ma gli metteva sempre i brividi.
«Perché ad un certo punto suonano alla porta. Io guardo fuori dallo spioncino e vedo che c’è qualcuno, capisco che c’è qualcuno, e allora apro… ed entra un’ ombra. E’ proprio una figura umana, con braccia e gambe, ma è come se mancasse la figura, è tutta nera»
Serena lo guardò attentamente.
«Bhe, sono d’accordo con te che anche questo sia abbastanza inquietante»
«A quel punto c’è di nuovo il salto di scena e ci sono io che guardo la città oltre una grossa finestra. Dal punto in cui sono penso di abitare in un grattacielo, perché sono a grande altezza, e la città sembra New York. Di punto in bianco qualcuno mi spinge con forza sovraumana da dietro, sfondo il vetro e cado»
«Cazzo! Giù dal palazzo?!»
«Esatto. Cado per svariate decine di metri, e quando sono a un palmo di naso dal marciapiede, mi sveglio tutto sudato»

La pioggia ticchettava sul suo ombrello quasi a ritmo musicale, mentre le sue scarpe facevano scricchiolare la ghiaia che stava calpestando. Negli ultimi tre anni c’era andato spesso in quel luogo. Anche nelle giornate di sole più intenso il suo ricordo si focalizzava solo sul grigio delle costruzioni che gli stavano intorno. Come tutte le volte, incrociò la signora Jenkins, che lo salutò col suo solito sorriso cortese, prima di passare oltre e andarsene probabilmente a casa. Francesco si chiese se la prossima volta l’avrebbe rivista ancora.
Si avvicinò al luogo in cui era stato per molte volte, ma specialmente il 26 ottobre, il loro anniversario. Si chinò allora sulle ginocchia, trovandosi così faccia a faccia con la foto della donna che aveva amato e con cui si sarebbe aspettato di passare tutta la sua vita. Posò i fiori che teneva nella mano sinistra sopra la tomba in marmo grigio davanti a lui, ringraziando mentalmente il fiorista per averglieli avvolti in un sacchetto di plastica trasparente.
«Ciao, Serena»
La foto di Serena lo fissò, con quel sorriso troppo giovane che si allargava sul viso. Gli occhi scuri lo fissavano, pieni di un’allegria che se n’era andata per sempre.
«Ti manda un bacio Bruce, sai, ci tiene»
Si alzò anche un vento freddo. Francesco si alzò il bavero del cappotto.
«Sono tre anni, Sere, e sembra ieri… Non voglio dire le solite cose, tanto le sai già. Sono venuto a dirti che stasera ci troviamo tutti a casa mia, sai, come facevamo di solito. Sono molto carini, non si dimenticano mai. Eravamo… siamo un gruppo speciale, lo sai? Salutami tanto mamma e papà»
Adesso la pioggia divenne più forte, ma solo per qualche secondo, poi tornò a scendere pigra come prima. A Francesco piacque pensare che fosse stata in qualche modo Serena per fargli sentire che aveva capito. Si alzò e mandò un bacio alla fotografia. Tornò sui suoi passi mentre il pomeriggio lasciava posto alla sera.

«Cavolo, sta cosa mi ha messo i brividi»
«Te l’avevo detto che i deja-vu non sono poi così male come credi»
Stavano camminando in riva al mare, e Francesco pensò che fosse perfetto. Un momento come quello non l’aveva mai vissuto, con quell’intensità, quel trasporto. Si era già innamorato? Non lo sapeva neanche lui, ma stava bene, e tanto gli bastava. Mise allora con fare noncurante il braccio destro intorno alle spalle di Serena. Lei non si oppose.
«Mi dispiace che tu te ne vada», le disse lui. Lei sorrise.
«Non vado mica in Vietnam, sono a quattrocento chilometri da qui. E poi c’è internet, Facebook, Skype…»
«Bhe, ma non è come averti qui di persona»
Lei si fermò e si girò verso di lui.
«Ci stai provando per caso?»
E Francesco ci provò. Le mise una mano sulla guancia e la tirò dolcemente verso di sé. La baciò piano, quasi avesse paura di farle del male. Serena ci mise qualche secondo ad aprire la bocca, ma poi lo fece e i sensi di Francesco esplosero come fuochi artificiali. Era la prima volta che la baciava, ma provava una sensazione strana, come se quel bacio fosse molto di più di un’avventura estiva. Come se avesse dovuto essere per sempre. Quando si staccarono risero un po’ di vergogna e un po’ perché era da stupidi non averlo fatto prima.

Gli amici arrivarono come al solito alla spicciolata, a intervalli regolari di cinque minuti. Michele portò un dolce, come faceva di solito. E come al solito, senza essersi messi d’accordo prima, optarono tutti per una bella spaghettata. Francesco allora andò in cucina, mise la pentola sul fornello e la coprì col coperchio, così che l’acqua bollisse più in fretta. Si appoggiò un attimo al ripiano e diede una scorta al salotto di là dalla porta: i suoi amici stavano scherzando tra loro sui due divani, davanti alla televisione, mentre veniva trasmessa una partita di baseball. Pensò che era sempre stato così per lui, anche da ragazzino faceva venire a casa sua i suoi amici, quando i genitori erano fuori. La scena era praticamente identica, a parte per il programma: in Italia ci sarebbe stata di sicuro una partita di calcio. Venivano spesso a casa sua, ma quel giorno, da tre anni a quella parte, era imprescindibile: gli volevano stare accanto per aiutare a passare oltre. Francesco era molto soddisfatto dei suoi amici, e lo diede a intendere sorridendo sommessamente. Era immerso in questi piacevoli pensieri quando qualcuno suonò alla porta. I suoi amici smisero per un momento di parlare, poi quando videro che Francesco si stava recando alla porta si girarono tutti con interesse, per vedere chi potesse essere. Il padrone di casa guardò dallo spioncino, fece intendere di conoscere chi c’era dall’altra parte, e aprì la porta.
Per un momento fu solo un’ombra nel corridoio, seminascosta nel buio. Poi fece mezzo passo verso Francesco e Jasmine comparve nella luce dell’appartamento, bionda come il sole. I suoi occhi chiari passarono da Francesco al gruppo di amici, e poi ancora al padrone di casa.
«Scusa Francesco, non volevo disturbare»
«No figurati, Jasmine, nessun disturbo. Che c’è?»
Si accorse che la ragazza aveva un barattolo vuoto in mano.
«Sono una stupida, mi sono accorta adesso di aver finito il sale. Potresti prestarmene un po’?»
«Ma certo, nessun problema, vieni»
Mentre lui chiudeva la porta diede uno sguardo verso i divani. Che Michele gli avesse fatto un cenno con la testa e l’occhiolino? Non ci fece caso e accompagnò Jasmine in cucina.
«Scusami davvero, non sapevo che facessi una rimpatriata»
«Ma no figurati, nessun disturbo. Cosa fai di buono da mangiare?»
«Oh, pensavo a un piatto di pasta, una cosa veloce, sono tutta sola perché Patrick è fuori per lavoro, e allora…»
«…e allora perché non ti unisci a noi, scusa?», disse Michele appoggiato allo stipite della porta della cucina.
Francesco lo fulminò con lo sguardo.
«Oh, non vorrei creare più disturbo di quanto ne abbia già creato…»
Francesco sembrò pensarci un po’ su, poi il suo sorriso lieve sbocciò spontaneamente.
«Michele ha ragione, tanto stiamo per mangiare anche noi un bel piatto di pastasciutta. Sei la benvenuta»
Jasmine si portò una ciocca di capelli biondi dietro l’orecchio e gli sorrise di rimando.
«Ok, allora accetterò l’invito»
Francesco fece un segno di assenso con la testa e disse a Michele di accompagnarla dagli altri per le dovute presentazioni. Mentre il suo migliore amico gonfiava il petto e si preparava a broccolare, Francesco fece cuocere la pasta, e poi la scolò in una bella padella ripiena di sugo all’amatriciana. Impiattò il tutto e si diresse verso il soggiorno, urlando che la gallina aveva fatto l’uovo: non si accorse così che il fornello era rimasto acceso. Mentre usciva dalla cucina, come faceva sempre quando c’erano ospiti, si tirò appresso la porta e la chiuse. E’ proprio vero che le vecchie abitudini non muoiono mai.

Passarono tutto il giorno seguente assieme, comportandosi come due innamorati ma senza sconfinare in atteggiamenti troppo smielati. Benchè si conoscessero solo da dieci giorni, il loro rapporto sembrava durasse da mesi. Quella sera lui aiutò il padre di Serena con i bagagli, sentendo dentro di sé tutto il peso che quei gesti comportavano. Dopo che ebbe finito di caricare, Francesco si appartò con Serena senza essere visto da nessuno e si baciarono molto più appassionatamente che il giorno precedente, mettendo anche le mani dove i genitori di lei non avrebbero di sicuro approvato.
«Ripetimi la promessa che mi hai fatto»
«Verrò a trovarti, cascasse il mondo»
Lei sorrise e lo ribaciò. Serena non avrebbe mai pensato di provare un dolore così forte al solo pensiero di ritornare a casa. Mentre si guardavano negli occhi, il padre di lei suonò il clacson. Era ora di andare.
Si baciarono per l’ultima volta e poi Serena si staccò da lui, uscì dal loro seminascodiglio e si incamminò per la strada. Quando si girò verso di lui, mandandogli un bacio con la mano, lui si ritrovò a pensare che tutto quello sarebbe stato irripetibile. Lei salì sulla station wagon bianca e se ne andò lungo quella striscia d’asfalto che la portava lontano da lui, mentre all’orizzonte l’ultimo spicchio di sole moriva lentamente.

Francesco era seduto sul muretto che delimitava la spiaggia, mentre assaporava un cono alla fragola.
«Nostalgia, eh?», gli chiese Michele, il suo migliore amico, che si sedette di fianco a lui.
«Già», rispose Francesco.
«Bhe, ti capisco vecchio mio, ti capisco. Serena è proprio una bella ragazza»
Francesco annuì.
«Dai, su con la vita, Cesco. Ci sono un sacco di altre turiste ancora…»
«Sì, ma lei è…» disse Francesco, ma poi si fermò. Cercò di usare un aggettivo meno enfatico, qualche parola che potesse un po’ smorzare il senso di quello che stava per dire per non sembrare retorico. Ma non ce la fece.
«…perfetta»
Michele rise e gli batté una mano sulle spalle.
«No, Cesco, donne così esistono solo nelle favole»
«O nei sogni»
Michele si girò verso di lui.
«Come?»
Francesco si strinse nelle spalle.
«Niente»
Un leggero vento si alzò alle loro spalle e soffiò verso il mare.

«…e il dottore gli fa: l’altra gamba sta migliorando!»
Tutti applaudirono ridendo. Francesco si sporse sul tavolo in preda a una crisi di risa e pianto e per poco non mise la testa nel piatto dove avevano appena finito di mangiare il dessert di Michele. Erano tutti abbastanza brilli, ma non ubriachi da star male. Si trattenevano almeno quel giorno: gli amici di Francesco volevano farlo svagare, ma di sicuro non volevano rendere volgare una serata in onore dei vecchi tempi. Finito anche il tempo delle barzellette, si spostarono sui due divani per vedersi un film in blu-ray. Francesco diede un’occhiata a Michele e Jasmine, e si accorse che tra i due l’intesa c’era eccome. Ne fu rallegrato: un tizio una volta disse che era più facile stare accanto all’amico sconfitto che a quello vincente. Per lui non era affatto vero: tutte le volte che vedeva un suo amico felice era felice di rimando.
Passarono così altre due ore, dove risero assieme della commedia e poi, come sempre, discussero un po’ dei buchi di trama di cui il film era pieno.
«Va bene ragazzi, io vi voglio bene ma credo sia giunta l’ora di andare a dormire», disse Francesco alzandosi dal divano.
«Ti aiutiamo a mettere a posto», propose Jasmine.
«No, davvero, lascia stare, non c’è bisogno, faccio io domani»
«E invece insisto», replicò la bionda, sorridendogli.
Francesco allora incassò l’ennesima sconfitta con un sorriso e si voltò verso l’ampia vetrata del suo appartamento, da dove si vedeva Manhattan sullo sfondo. Si mise le mani in tasca mentre pensava a quanto fosse bella New York a sera inoltrata.
«Posso fumare?», chiese Jasmine alle sue spalle.
«Sì, certo, però esci sul balcone della cucina, che non voglio impregnare la casa di fumo», rispose Francesco.
«Non c’è problema!»
Jasmine, già con la sigaretta in bocca, si diresse verso la porta della cucina, cercando in tasca qualcosa. Quando arrivò ad un passo dalla porta estrasse un accendino color fragola dalla tasca destra. Mentre abbassava la maniglia e apriva la porta, fece scattare la fiammella.
Il boato che sentì Francesco alle sue spalle fu talmente forte che gli perforò il timpano sinistro. Una forza immane lo spinse alle spalle, come se l’Incredibile Hulk lo avesse afferrato e sbalzato in avanti. Con la testa ruppe la finestra che aveva davanti e fu catapultato nell’aria fredda e uggiosa della notte newyorkese. Non perse i sensi, e dietro di lui sentì un calore insopportabile, una palla di fuoco che lo rincorreva. Si era completamente ustionato la schiena, e adesso, quasi senza accorgersene, pensò che la pioggia in quel momento fosse proprio un toccasana. Volò per decine di metri, acquistando velocità, e quando fu a pochi passi da terra gli venne in mente quel sogno che faceva spesso da quando Serena era morta, e che lo aveva fatto svegliare quella mattina alle prime luci dell’alba: lui, da ragazzino, in spiaggia accanto ad un falò, che parlava fitto fitto con Serena.
Un gelato.
Un bacio in un vicolo.
Un saluto.

Una macchina che se ne andava.
Una promessa.
Sto arrivando, pensò.

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Il Cigno Nero: il balletto tra sesso e morte

Partiamo da una considerazione generale: Il Cigno Nero non è un film sulla danza. O meglio, lo è solo in minima parte, con una forte denuncia verso un mondo forse troppo competitivo e dove i rapporti umani sono praticamente pari allo zero.
La storia narra le vicende di Nina (Natalie Portman), giovane ballerina di una compagnia di New York, che è intenta a fare un provino molto importante, quello per la rappresentazione de “Il lago dei cigni” messo in scena dal direttore della compagnia, Thomas Leroy (Vincent Cassel). Nina dovrà interpretare la parte sia di Odette, il Cigno Bianco, sia quella della sua nemesi Odile, il Cigno Nero. Il tutto verrà amalgamato con gli attriti che Nina avrà con la sua collega Lily (Mila Kunis), che la porterà a scoprire il lato più oscuro della sua anima. Leggi l’articolo completo

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Duello infinito (o no?)

Parte la nuova rubrica del lunedì “Gente che ne sa“, sull’ultimo week-end pallonaro.
Partiamo dalla partita più importante, ovvero Juventus-Milan: la capolista non ha affatto giocato bene, anche se è indubbio che ha avuto il predominio del campo in confronto ad una Juventus che non ha fatto nulla per vincere, infatti si registranno 0 tiri in porta per i bianconeri. Il Milan ha vinto con un gol di sinistro di Gattuso (lo so che sembra una barzelletta, ma chi c’era vi può assicurare che non sto scherzando), con pesanti colpe di Buffon. Quindi anche quest’anno il Milan vince a Torino e tiene a debita distanza la prima (e forse ormai unica) inseguitrice, l’Inter di Leonardo. I nerazzurri vanno al riposo addirittura sotto di un gol a San Siro contro un buon Genoa. I liguri però si sciolgono come neve al sole nella ripresa lasciando spazio a 5 gol interisti che ribadiscono la voglia matta di rimonta. Inutile il gol rossoblu all’ultimo minuto, che fissa il punteggio sul 5-2.
Dietro alle due milanesi si ferma ancora il Napoli, che impatta a reti bianche contro il Brescia al San Paolo. Troppo incocludenti gli azzurri, che nel finale rischiano anche di perdere, se solo Caracciolo si ricordasse come si fa a segnare. Quindi i partenopei restano a -8 dalla vetta e vanno a -3 dall’Inter: distanze colmabili, però il Napoli sembra stanco dell’eterna rincorsa a un sogno forse irrealizzabile. Dietro al Napoli fa capolino l’Udinese, che si sbarazza a fatica dell’ormai spacciato Bari solo con un rigore a un quarto d’ora dalla fine, segnato dall’eterno Di Natale. I friulani sono a quota 50, un gradino più su troviamo però la Lazio che non dà l’impressioni di mollare un centimentro. Adesso la lotta per la Champions si fa davvero serrata, con la Roma che è a quota 46 e di sicuro non ha ancora abdicato.
5 punti più sotto dei giallorossi troviamo la disastrata Juventus, che non solo non riuscirà ad arrivare quarta, ma anche il 6° posto, valido per l’Europa League sembra quasi un’utopia, perchè le squadre là davanti sembrano molto superiori alla squadra di Del Neri.
Ma la notizia del giorno è forse la caduta libera della Sampdoria, che potrebbe fare come il Chievo 4 anni fa: ad agosto preliminari di Champions, a maggio retrocessi in Serie B. Sarebbe veramente clamoroso! Più giù, vittoria fondamentale del Cesena che prende 3 punti pesantissimi a Genova (contro la Samp, appunto); ottimo punto del Brescia a Napoli; Chievo e Parma non si fanno male ma sono invischiate pericolosamente; il Bari è ormai spacciato, avendo un -12 dalla salvezza difficilmente recuperabile in 10 giornate.
Quindi non può che partire il sondaggio: il 3 aprile ci sarà il derby di Milano che probabilmente deciderà le sorti del campionato. Chi sarà davanti il giorno della partita? Votate!

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Welcome back.

Visto che sono talmente sommerso da cose importanti da fare, ho deciso di spostare il mio vecchio (obsoleto, quasi) blog di MSN qui su WordPress. Praticamente mi è stato imposto, visto che mi hanno minacciato di far sparire tutto entro pochi giorni. Allora eccoci qui, dopo mesi che non scrivevo più niente, ripromettendomi ancora di non abbandonare più questa creatura che si accinge a compiere i 5 anni di età. 5 anni che non sono niente visti col senno di poi, ma qui dentro ci ho scritto davvero un botto di roba…
Mi è tornato in mente, questo blog, quando ho rimesso il naso nei miei vecchi libri dei primi anni di università. Libri è una parola grossa, visto che sono solo fotocopie, ma avete capito il concetto. Insomma, mi è tornata alla mente l’aria che respiravo in quei giorni, quei giorni in cui la mia vita cambiò radicalmente e che mi ha portato fin dove sono oggi. Non sto parlando di lauree o esami, niente di tutto ciò, sapete che mi frega. Sto parlando di sensazioni. Belle sensazioni. Mi ricordo il settembre del 2005, dove tutto stava per diventare nuovo, dove le persone sarebbero cambiate, le esperienze sarebbero cambiate, la mia vita quotidiana sarebbe cambiata. Allora avevo quasi paura, timore di non essere all’altezza e di poter scappare via; stamattina, mentre sfogliavo quelle vecchie fotocopie che non mi serviranno più, ho rimpianto un po’ quei momenti, quell’atmosfera di attesa che si era creata. Mi piacerebbe riviverla, ma le cose rivisutte non hanno mai lo stesso sapore della prima volta. In mezzo a quei fogli mi sono venute in mente tante cose, quei mesi così diversi ma così belli perchè pieni di novità interessanti. Ho ritrovato pagine piene di stronzate, battute, schedine vinte e perse. C’era un foglio della Snai datato 26 ottobre 2006. Una vita fa. Mi sono sempre chiesto se un giorno qualcuno riuscirà a tornare indietro nel tempo: non tanto per il viaggio in sè, ma per le sensazioni che uno può provare a rivivere anni passati con la testa e i pensieri di oggi. Sarebbe bello vedere se riuscissimo per una benedetta volta a non sbagliare e a fare la scelta giusta.
Ho buttato via qualcosa che davvero era inutile tenere, ma molte cose le ho tenute e le terrò per sempre, se non le perderò da qualche parte. E’ passato davvero tanto tempo, e quei fogli ne hanno viste di ogni… buttarli via sarebbe stato come buttare via dei ricordi.
Belli o brutti che siano, me li tengo stretti.

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Pensiero per un’Amica

Sinceramente non so da dove iniziare.
Ho aspettato qualche giorno prima di tornare qui dentro. Questo posto mi ha dato molte soddisfazioni date dai vostri complimenti (alcune volte un po’ esagerati), però qui dentro ho riversato anche molta tristezza che, se avessi tenuto dentro, mi avrebbe fatto molto male.
Voglio bene a questo spazio, che è nato nell’aprile del 2006 quasi per gioco dovuto al fancazzismo, e col tempo si è trasformato, diventando un luogo dove potermi rifugiare quando mi veniva voglia di fare una delle cose che mi calma quando sono agitato: scrivere. Quindi non mi sembra giusto abbandonarlo di punto in bianco, lasciandolo come un cucciolo di cane in mezzo all’autostrada. Ci provo, a partire da adesso, a scriverci qualcosa un po’ più spesso. Non so a quanti di voi possa interessare, ma come dice Vecchioni in una sua canzone: dillo a babbo, dillo alle sorelle, se nessuno sente, suono per le stelle. Questo blog è nato per il piacere di scrivere, non di leggere i commenti degli altri. Spero ci siano, ma se non ci sono, pazienza.
Dicevo, ho aspettato qualche giorno a scrivere da quando mi è venuta l’idea perchè non sapevo se farlo o no. Però ho scoperto da poco che una mia cara Amica è malata, di una di quelle malattie bastarde che ti vengono così: una sera vai a dormire che stai bene, e il giorno dopo ce l’hai e non sai perchè. Quando l’ho saputo ci sono rimasto davvero male. Ma ecco, vorrei dirti questo, Amica mia: non mollare. Credo te l’abbiano già detto mille mila persone, lo so che è retorico, ma è l’unica cosa da fare. Non lasciare che qualche germe di merda intacchi quel tuo sorriso meraviglioso. Hai fatto una scelta coraggiosa, tempo fa, andando a vivere lontano da qui, dalla tua città, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo Milan che si allena a un chilometro da casa tua. Sii coraggiosa anche adesso, anche se ti sembra tutto inutile. Non ho voluto parlarne molto con te quando me l’hai detto, perchè non mi sembrava il caso di scavare in una ferita che credo faccia già un male cane. Ma, Amica mia, sai che io ti ascolto più che volentieri se vuoi in qualche modo sfogarti. Se ti va, quando sei da queste parti, possiamo andare a vedere una partita del nostro Milan assieme. Hai visto Ibra stasera? Scommetto che hai esultato come sempre, come quando mi abbracciavi il lunedì mattina a scuola dopo un derby vinto.
Ecco, io voglio che tu rimanga così: con una vitalità dirompente e con le tue passioni. Ogni volta che il pallone entrerà in rete, un pensiero sarà per te: vedrai che alla fine, Amica mia, vince sempre il più forte. E tu lo sei, eccome.
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